Aprile (1998) mette apertamente in campo le pulsioni reali dell’uomo di cinema che sente il dovere di fare un documentario sull’Italia degli anni Novanta, con la vittoria alle elezioni politiche di Silvio Berlusconi e le titubanze della sinistra, ma sente anche il desiderio di realizzare un musical su un pasticcere trozkista nell’Italia conformista degli anni Cinquanta, e vive quindi, con più intensa partecipazione (leggi: fibrillazione) la felicità di diventare padre e crescere un figlio. Aprile conferma la formula di Cario diario nell’intenzione di rendere labili i confini tra vita vissuta e opera di finzione, dando voce, in questo film più gioioso, alla necessità di rievocare momenti del proprio vissuto perché quelle fisime e quei turbamenti possono essere parte di un’esperienza in cui lo spettatore può ritrovarsi.

E non importa se il Moretti spettatore se la prenda qui con film che possono essere dei cult del periodo: Strange Days (1995) e Heat (1995) sono accolti come quei corpi estranei con cui comunque ci si confronta, perché Moretti anche come spettatore inscena auto-ironicamente se stesso, afferma ancora una volta la volontà di analizzarsi pubblicamente, di “mettersi a fuoco” come accade più o meno nello stesso periodo al personaggio alleniano di Harry a pezzi (1995). E Aprile avanza con morbido divertimento rivelando la condizione dell’uomo Nanni, a cui stanno stretti gli impegni, e che qui gioca da comico nelle ritrosie e nei ripensamenti, forte della sua forma fisica ritrovata dopo il tumore raccontato in Cario diario, finalmente libero di essere un attore nonché splendido quarantenne. Moretti pensa in questo periodo a La stanza del figlio, un soggetto sul dolore del lutto, ma la nascita del figlio Pietro non gli permette di realizzare subito quel film. Il racconto personale propone di far conoscere le ambivalenze e le debolezze come se si fosse attori di sé stessi: ossessioni e manie come le titubanze sul set di Nanni, tra cui l’improvvisa decisione di non continuare le riprese del musical quando ormai gli attori e i collaboratori sono tutti pronti per le riprese.

Un tono di complicità e tolleranza da parte dei collaboratori asseconda le scelte di Nanni Moretti, dando l’idea di un clima lieve sul set e nelle sale delle riunioni in cui Nanni pare continuamente distratto. Mostrando se stesso in quel preciso momento, il gioco si alimenta di rimandi ai precedenti lungometraggi. In Aprile, Moretti fa recitare la madre, la moglie incinta e il piccolo Pietro, a cui però dice che gli impedirà di fare l’attore una volta divenuto grande.
Il mondo dello spettacolo viene allora visto ancora una volta, nonostante la particolarità del momento, con quello sguardo tagliente che si nutre della complicità con uno spettatore a cui Moretti dedica anche pagine di sdegno: nella riproposta di sequenze televisive dove Emilio Fede incensa l’amico Silvio Berlusconi mentre Massimo D’Alema non riesce a dire “qualcosa di civiltà” contro Berlusconi, quest’ultimo incalzante in tema di giustizia. Le sequenze di una televisione horror, in cui Emilio Fede santifica il suo paladino mentre il rappresentante della sinistra si mostra inerte dinanzi alle parole dell’imbonitore, caratterizzano la scelta stilistica di appiattire a un livello di vacua sciatteria la fiction, con cui Nanni ironizza ad esempio quando dice che dopo la vittoria della destra per la prima volta si è fatto una canna, oppure quando seduto a pranzo con un giornalista gli scappa da ridere mentre dice che nel partito della destra è in atto una trasformazione.
Alternando momenti di vera televisione alle sue reazioni che lo portano anche all’indignazione nei confronti di una sinistra sempre più “centro centro sinistra” (le sue parole al figlio nella pancia della mamma, a cui chiede di aspettare ancora un pochino a nascere, perché il papà deve finire il suo documentario sull’Italia), Moretti in realtà si difende personalmente, cioè intimamente, da una condizione politica avversa. Inscena con autoironia una volontà di resistere, dando anche spazio a quella fragilità vera, fatta di autenticità, propria di un individuo che sta per diventare padre e in questo riconosce che la vita continua, e riparte dal ribaltamento di quell’orizzonte che nel finale di Bianca Michele Apicella vedeva come drammatico (“È triste morire senza figli”).

Portando in luce un’agitazione di fondo, la sua personale che è poi quella del post-sessantottino autarchico che non si è mai pensato davvero genitore adulto, con Aprile Moretti libera il garbo di un’acquisita consapevolezza che necessita di autoindulgenza, in grado di tradursi nei momenti di comicità del suo racconto. Nel tentativo di mobilitare quell’interscambio empatico-seduttivo tra autore e spettatore che è un po’ il motivo principale e lo scopo dell’arte cinematografica dell’autore – fatto di ricompense ed effetti terapeutici – Moretti come Woody Allen, riesce a farci ridere parlandoci della propria vicenda autobiografica, nel tentativo di fare un cinema nuovo, recando sempre scarti rispetto a quanto ci si attenderebbe da lui. Perché la scelta del tono di un film, come ogni singola inquadratura, anche in un film “leggero” come Aprile è un fatto di morale. Così che il rispetto non viene mai meno, sia che si inquadri il comizio di Bossi, sia che si filmi la nave piena di persone che sono fuggite in cerca di una vita migliore. E se Moretti sgomita e commenta la sua generazione, non possiamo biasimarlo, perché evidentemente si sente parte in causa ed è tra coloro che non si nascondono: “Io me li ricordo negli anni ’70 a Roma, la FGCI: i giovani comunisti romani stavano tutti i pomeriggi davanti al televisore a vedere ‘Happy Days’, Fonzie… È questa la loro formazione politica, culturale e morale”. La sinistra, D’Alema, dopo la visione di Aprile si sentono giudicati. Ma la risposta più imprevedibile, paradossalmente, arriverà dallo stesso Winkler-Fonzie, che replicherà alla battuta di Aprile: “Forse Moretti non sa nemmeno che alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afro-americani e si facevano campagne a favore dei portatori di handicap”. Paradossalmente, Fonzie diceva qualcosa di civiltà più di altri nel nostro paese.







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