
“Il neorealismo ci aveva insegnato a seguire i personaggi con la macchina da presa, Ladri di biciclette era un grande film in cui la macchina da presa rimaneva sempre all’esterno dei personaggi. Di questo invece io mi ero stancato, non potevo più sopportare il tempo reale. Sono partito da un’altra osservazione. Mi sembrava fosse più importante fermarsi sul personaggio, dentro il personaggio, per vedere che cosa di tutto ciò che era passato, la guerra, il dopoguerra, tutti i fatti che ancora continuavano ad accadere, che cosa era rimasto di tutto questo dentro i personaggi. Quali erano non dico le trasformazioni della loro psicologia o del loro sentimento, ma i sintomi di quella evoluzione e la direzione nella quale cominciavano a delinearsi i cambiamenti e le evoluzioni nella psicologia e nei sentimenti e forse anche nella morale di queste persone. Cronaca di un amore è la cronaca intima di un amore in due tempi, un sondaggio nell’animo di due personaggi”.
(Michelangelo Antonioni)
Opera d’esordio di Michelangelo Antonioni, Cronaca di un amore, al di là del suo esito complessivo, è un film importante, laddove segnava una rottura significativa con la tradizione neorealista italiana. Il giovane regista, con coraggio e capacità d’osservazione, puntava l’obiettivo della macchina da presa sull’alta borghesia ferrarese, facendone emergere, nel bene e nel male, l’umanità (nella fattispecie, la decadenza). Inoltre, si poneva fine anche alla scialba commedia dei “telefoni bianchi”, che ritraeva un mondo inverosimile, esclusivamente cinematografico, privo di connessioni con la realtà del tempo.

Forte di una solida formazione da documentarista, Antonioni mette in scena un noir torbido costruito su un’indagine poliziesca, con pedinamento dei due protagonisti (Massimo Girotti e Lucia Bosé), nell’intento di ripercorrere un passato che, in quanto non elaborato, ritorna sotto forma di rimosso. C’è una colpa all’origine che non è stata espiata e che non può essere, per tale ragione, archiviata nella rimessa del tempo. Guido Garroni e Paola Molon Fontana sono legati da un amore nato sotto la stella del delitto ed è proprio tale malsana caratteristica ad alimentare la passione tra i due. La giovane liceale, vivace e di belle speranze, si è svenduta all’ingegner Fontana (Ferdinando Sarmi), facoltoso industriale, nell’intento di chiudere i ponti con i suoi trascorsi e garantirsi un futuro nell’agiatezza. Guido, invece, è rimasto al palo, ancora in cerca di una buona occasione per sbarcare definitivamente il lunario. Ed è lui il più fragile, sebbene con il dipanarsi della vicenda trovi la risolutezza per adeguarsi alla volontà della compagna. Ma la storia si ripete. Il male si compie senza un’azione, ma per omissione.
In tal senso, infatti, Cronaca di un amore è un film attraversato da geometrie formali e narrative, con una simmetria di fondo che trova la sua realizzazione visiva nella celebre scena del ponte, con panoramica e piano sequenza. La macchina da presa, con un avvolgente movimento circolare, da un lato dà corpo alla tela di ragno che i due tessono ai danni del marito di lei, dall’altro descrive una riproposizione di quanto già si era verificato in precedenza. Una sorta di “eterno ritorno dell’uguale”, per dirla in termini nietzschiani, che conferma quanto i due protagonisti non si siano ancora affrancati dal passato. Una misteriosa fatalità, di nuovo, irrompe, cortocircuitando la volontà dei soggetti e rimettendoli a un destino sinistro e invincibile che impedisce che la loro unione si realizzi.

Ma la forza del primo lungometraggio di Michelangelo Antonioni, al netto della storia narrata, risiede anche, come notò il sempre acuto Alberto Moravia, “nella descrizione degli ambienti e in alcune scene particolari, soprattutto di amore. Antonioni, in luoghi così impoetici, ha fatto miracoli”. È in questo frangente che si poneva la capacità del film di mettere in discussione gran parte dell’estetica del cinema italiano degli anni precedenti. Si mostrava un mondo freddo eppure in grado di fare da sfondo a un’accesa passione, senza i fronzoli di un bolso sentimentalismo, con cui spesso si tentava di trovare l’approvazione del pubblico. È un mondo frivolo e impietoso quello descritto dal regista di Deserto rosso, in cui l’opulenza non determina un’evoluzione interiore, semmai una regressione, un indugiare a oltranza nell’inessenziale.
Una menzione a parte merita l’investigatore privato (Gino Rossi), un piccolo borghese che nella sua assoluta mediocrità non esita a mettere impudicamente il naso nel privato dei protagonisti. È un personaggio minore molto ben caratterizzato, laddove in esso convivono, forse ancor di più che nel mondo patinato in cui indaga, grettezza, superficialità, ottusità e mancanza di sensibilità. Un piccolo mostro, figlio del tempo rappresentato, che, pur di mettere insieme un misero stipendio, tormenta i due amanti, appropriandosi meschinamente delle loro vite. Belle e intense, infine, la fotografia di Enzo Serafin e le musiche di Giovanni Fusco, quest’ultime premiate con un Nastro d’Argento.
Grazie a Surf Film e CG Entertainment, ora Cronaca di un amore è finalmente disponibile in versione restaurata e in alta definizione, con audio DTS HD Master Audio 2.0. Da non perdere.







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