Da oggi, Insideshow pubblica, a cadenza settimanale, le recensioni e i saggi vincitori del Premio Adelio Ferrero 2021. Si parte dal secondo posto nella sezione “recensioni”.
One Thousand and One Attempts to be an Ocean e il cinema che deborda
di Carolina Guasina
Il cinema nella contemporaneità è espanso, deborda. Dalla sala buia e dal silenzio si arricchisce dialetticamente di altri elementi in un costante dialogo con i mezzi di comunicazione, i social network e il loro micro/macrocosmo. Ecco apparire la Rete, prepotentemente, nel film premiato dalla Giuria Giovani alla 57a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, One Thousand and One Attempts to be an Ocean, di Yuyan Wang. All’inizio un video artistico, una tela bianca cosparsa di blu, a ricreare l’immagine e la sensazione di un oceano. Questo è il fulcro del cortometraggio: nel film si susseguono a velocità variabili immagini che ci danno l’illusione di essere stati catapultati in un oceano infinito e multiforme. I video che scorrono veloci sono frutto di una selezione casuale effettuata da un algoritmo a cui la regista si è affidata, i “video consigliati”, e che ha poi filtrato, in un doppio gioco di artificio e umano, di algoritmico e di sensibile. Il filtro però non “screma”, anzi accumula e accosta, in un film di montaggio, elementi discreti, apparentemente inconciliabili dal punto di vista del soggetto, come onde e tsunami e meccanismi tecnologici, satisfying videos e immagini al microscopio di organismi pluricellulari.

La successione, che fa sobbalzare con continui sciabordii a tribordo e a babordo, è pensata per ricreare un’unica onda (a differenza di ciò che lo spettatore potrebbe pensare, travolto da una moltitudine frammentata di piccole maree e grandi cavalloni). Il ritmo frenetico scandisce le immagini, quando finalmente si arriva alla cresta, con giustapposizioni di maree umane, moltitudini in movimento. Da qui, il ritmo rallenta. Vi è un cambio di prospettiva, dalla superficie alle molecole, nell’approssimarsi al millesimo tipico dei tempi odierni. La proliferazione di macrofotografie, video al microscopio, organismi unicellulari che si contorcono su vetrini e l’interesse per la tattilità, porta la regista (o l’algoritmo?) ad accostare immagini che danno l’illusione di andare in profondità, di vedere oltre, di immergersi in acque amniotiche e primordiali, sfiniti dal tumulto macchinico e finalmente rivomitati sulla battigia. I video ASMR sono paradigmatici della cultura visuale del nostro tempo. Non si tratta più di moda, poiché essa, sorella della morte, è soggetta alla caducità. Questo tipo di filmati è presente da anni nonostante il tritacarne mediatico con il quale la produzione audiovisiva fa i conti: essi si accumulano, differenziandosi nella loro variegata moltiplicazione.

Il concetto di aptico (toccare con gli occhi) è calzante, poiché i milioni di occhi che scorrono sugli schermi alla ricerca spasmodica di sensazioni visive e tattili, trovano soddisfazione in immagini in soggettiva di mani che affondano in materiali plastici e melmosi, colorati o trasparenti, impastando e mescolando sostanze viscide. In essi, come in Ocean, la componente sonora è fondamentale; le frasi ripetute a velocità variabile, spesso non intellegibili, conducono in uno stato ossessivo e paralizzante, di profonda incertezza o di comodo benessere. I dubbi sulle frasi percepite (“Begging to leave/live”) rimandano alla profonda ambiguità e all’obiettivo di mostrare la marea di impulsi che la contemporaneità ci scaglia violentemente contro. Si parla di post-cinema, che straripa e deborda, di cinema malato, affetto da bulimia, che mastica, ingurgita e rivomita sensazioni, e che provoca choc in chi guarda, colpito non dalla brutalità delle immagini, che brutali non sono, ma anzi rassicuranti e rilassanti; ferito piuttosto per il senso di annegamento, di soffocamento e per la saturazione d’ossigeno troppo bassa, che ci rende consapevoli del tempo in cui viviamo. Un’opera come questa passa dall’essere superficialmente pleonastica, puramente sensibile e multisensoriale, ad opera concettuale. Dai sensi si giunge alla conoscenza e se, oltre a lasciarci andare alla deriva, riuscissimo a farci oceano, potremmo farci scoglio e arginare il mare.







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