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InsideTheBook: Il Cibo degli dèi di H. G. Wells

Emanuela Di Matteo Libri Gen 30th, 2022 0 Comment

Con l’ironia che lo contraddistingue, qui all’ennesima potenza, dileggiando le varie categorie umane e una descrizione dei luoghi maniacale, quasi volesse guidare il lettore lungo il cammino di una mappa immaginaria, dare una base concreta e più che mai fisica all’immaginazione, H. G. Wells pubblica nel 1904: The Food of Gods and How it came to Earth, ovvero Il Cibo degli dei.
Degli scienziati da strapazzo, molto poco divini, immersi nella loro inconsapevole mediocrità, sintetizzano l’ormone della crescita e ne creano un alimento, senza avere bene un’idea dello scopo e delle applicazioni – figuriamoci delle conseguenze future – della loro scoperta. Il principio ci viene spiegato sulle pagine del romanzo tramite dei grafici elementari.

“E’ uno che non ha mai capito niente. Da studente, fu questa la sua caratteristica esasperante. Niente. Ha superato tutti gli esami, tutte le prove, con la stessa partecipazione e lo stesso bagaglio di nozioni d’uno scaffale girevole contenente l’Enciclopedia del “Times”. Non capisce niente neanche adesso. … E’ completamente sprovvisto di immaginazione e, quindi, incapace di conoscenza”

Uno di loro, Bensington, non potendo fare esperimenti con animali in casa, causa divieti familiari, mette su un capannone, assolda una coppia di vecchi che iniziano a nutrire alcuni pulcini con il promettente Herakleophorbia, dal nome di Eracle, dio della forza fisica. Ma l’igiene lascia a desiderare, la polverina non è ben custodita e inizia a generare vespe e topi giganti, e questo sarà solo l’inizio… Mentre un pulcinone di 2 metri afferra un bambino per la strada come fosse un verme e scappa, gli scienziati, ognuno per conto proprio, iniziano a nutrire i loro figli neonati con questo alimento.

Il cibo degli dei di Bert I. Gordon, 1976

Di certo, agli inizi del secolo, quando ancora rachitismo e malattie varie affliggevano l’infanzia, l’idea della grossezza era associata alla buona salute ed avere un pupone era considerata una fortuna. In modo in parte incosciente, in parte allineato ad un’utopia di grandezza ben più alta ed elettiva che poi prenderà via forma verso la seconda parte del romanzo, padri e nonne iniziano a nutrire i loro bambini con quello che poi sarà chiamato dalla stampa mondiale : cibo boom. Non si può assolutamente interrompere la somministrazione dell’alimento, che porta assuefazione, o il soggetto rischia il collasso e la morte.
Il Cibo degli dei inizia come un romanzo fantastico di avventura che anticipa tutti i mostri giganti che letteratura e cinema dagli anni 50 in poi non mancheranno di mostrare, tra poveri malcapitati uccisi da scarabei alti tre metri, infilzati, mangiati a morsi da topi grandi come tirannosauri, o anche solo inorriditi da piante rampicanti gigantesche che aspirano a toccare le vette celesti.
Il cinema si è occupato di questo romanzo solo toccandone gli aspetti meno interessanti e più superficiali; l’ultima nel 1976, con un film omonimo per la regia di Bert I. Gordon. Si tratta della seconda pellicola di una trilogia di opere prodotte dalla American International Pictures e ispirate ai romanzi di H. G. Wells, che comprende anche i film L’isola del dottor Moreau e L’impero delle termiti giganti.

locandina del film Il Cibo degli dei, 1976

Ma il cibo degli dei è ben al di là degli orrorifici ammazzamenti ad opera di libellule e insetti alti come palazzi: è la narrazione della piccolezza umana di fronte alla grandezza delle idee, delle aspirazioni e degli interrogativi. Quella che si sta creando, nel mondo, è una gigantitudine – piante, animali, giovani umani – destinata a scardinare gli assetti del pianeta, quindi mal tollerata, temuta ed invisa a quelli che, fino ad un attimo prima erano gli essere più supremi del pianeta, e un momento dopo diventano lillipuziani, cioè gli uomini. Arroccati nelle loro paure, ciechi, convinti di sapere, gli umani vanno avanti come automi senza più porsi interrogativi sul senso del loro destino e del loro scopo nel mondo.
Così non è per i giganti, che diventata una razza a sé stante, pur divisi, imbrigliati da leggi che vietano loro di spostarsi dal luogo di nascita, vorrebbero capire chi sono, ed eventualmente essere di aiuto, dare una mano a migliorare il mondo. Se i figli degli scienziati o una gigantesca principessa hanno potuto godere di una buona educazione, di una alimentazione adeguata e sanno leggere, non si può dire altrettanto per alcuni. In particolare il bimbo povero cresciuto ad Herakleophorbia grazie alla nonna – ex custode dei pulcini mostruosi – viene trattato come un demente e tra mille divieti, tenuto all’oscuro della sua origine tanto che, pur essendo ancora bambino, per anni sarà costretto a lavorare nelle miniere, fino ad una fine tragica che contrappone enorme innocenza a nanesca stupidità.

Il Cibo degli dei di Bert I. Gordon, 1976

E’ un mondo di morti di fame, mal lavati e peggio istruiti che si contrappongono ai privilegiati, nobili o ricchi, i quali hanno tutto l’interesse a mantenerli in tale condizione, quello che Wells ci dispiega davanti. Un mondo vecchio e stantìo, fatto di piccolezze, meschinità, obblighi senza valore, nel quale hanno più importanza le leggi piuttosto che umanità e buon senso, visto attraverso lo sguardo giovane e vitale di queste gigantesche creature che vogliono crescere, migliorare e comprendere.
Le scoperte o gli eventi scientifici, proprio come accade oggi, diventano una ragione politica, e di fronte ad un “miracolo” l’uomo mediocre, non riuscendo a concepire la grandezza, intesa in ogni senso, si aggrappa al fanatismo. Poco ci mancano gli slogan: no-giganti, così significativi nella contemporaneità e ripresi con furbizia nel film Don’t look up. L’incontro dello scienziato con l’esponente di spicco di un partito politico, grande leader capace di pensare esclusivamente ai suoi voti e ai propri interessi, insensibile alla tragedia incombente, ricorda fortemente una delle scene del film in cui lo scienziato (DiCaprio) si confronta con un ottuso presidente degli Stati Uniti (Meryl Streep).

Ma quello che Wells ci vuole infine dire è che, al di là della battaglia persa, la grandezza, una volta germinata diventa inarrestabile, e che nel sordido mondo formichesco che gli uomini hanno costruito, alberga già il seme della gioventù, della forza di una Natura infinitamente più grande di noi e che, a lungo andare, pur non senza lotta, è destinata a prevalere.
Sarebbe il caso che il cinema guardasse una seconda volta a Il cibo degli dei, che è romanzo fantastico e del terrore, ma anche satira e denuncia sociale, parabola moderna sulla natura dell’uomo e sul mondo che abita. Di certo un libro molto più grande di quello che sembra.

“Comunque, un osservatore troverà senz’altro che la cosa più meravigliosa, in tutto quel periodo, fosse l’inerzia invincibile della gran massa della gente, il suo tranquillo attaccamento a tutto ciò che non teneva alcun conto di quelle presenze enormi, preannuncio di realtà ancora più enormi, che nel suo stesso seno stavano crescendo”

copertina de Il Cibo degli dei di H. G. Wells per The Classic Collection – RBA, 2021

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Emanuela Di Matteo

Una vita senza cinema, letteratura, musica, arte...sarebbe come abitare in una casa vuota e senza finestre. E poiché la vita è solo un sogno, come diceva Calderón de la Barca, come non affacciarsi verso le infinite possibilità, identità e universi di questo sogno?

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