
Disponibile su RaiPlay Un Amleto di meno, un film del 1972 diretto e interpretato da Carmelo Bene. La tragedia/commedia è stata girata negli stabilimenti di Cinecittà e realizzata da Anna Maria Papi per la Donatello Cinematografica. Fu presentato in concorso al 26º Festival di Cannes. Rifacendosi a Moralità leggendarie di Jules Laforgue, che stravolgeva in chiave satirica l’originale scespiriano, Carmelo Bene affonda le mani nel mito del “pallido principe” contaminandolo con le fonti più svariate – da Freud a Gozzano – e con un gusto cromatico-scenografico a dir poco debordante. Sceneggiato da Carmelo Bene, con la fotografia di Mario Masini, il montaggio di Mauro Contini, le scenografie e le musiche di Carmelo Bene, Un Amleto di meno è interpretato da Carmelo Bene, Lydia Mancinelli, Alfredo Vincenti, Franco Leo, Isabella Russo, Luciana Cante, Luigi Mezzanotte, Giuseppe Tuminelli.
Trama
Claudio è diventato re dopo aver ucciso il fratello, al quale è subentrato anche nel talamo nuziale. Ma anziché arrovellarsi sulla vendetta da compiere, annoiato dalle rivelazioni di Orazio e dagli struggimenti di Ofelia, suo nipote Amleto preferisce progettare una fuga a Parigi con Kate, “stella” della compagnia ambulante che dovrebbe riprodurre in palcoscenico i misfatti avvenuti a corte.

“Un Amleto di meno viene girato nell’autunno del 1972 in 35mm con il sistema 2P (pellicola a doppia perforazione) in Techniscope e in Technicolor. Il prologo è in bianco e nero e, a eccezione degli esterni del “cimitero marino” è stato girato quasi interamente a Cinecittà in due teatri di posa: uno completamente bianco “foderato di pelle d’uovo e illuminato dall’alto a luce diffusa”, l’altro completamente nero. La fotografia è di Masini, il montaggio di Contini.
Oltre alle varianti teatrali del 1961 al Teatro Laboratorio a Roma, del 1967 al Teatro Beat 72 a Roma, i fondamentali “pretesti” di riferimento sono: l’Amleto di Shakespeare; il racconto “Amleto, o le conseguenze della pietà filiale” (Moralità leggendarie) e il “Lamento dello sposo oltraggiato” (Les complaintes) di Jules Laforgue e infine un frammento di “La signorina Felicita ovvero la Felicità” (I colloqui) di Gozzano. L’Amleto inaugura il metateatro moderno, ma quella che nell’opera di Shakespeare è solo una virtualità, vale a dire l’esser artista di Amleto si attualizza, compiendosi, con levità e ironia, nel racconto di Laforgue: Amleto è un artista. Se nell’opera shakespeariana Amleto è il regista e nel racconto laforguiano è l’autore, nel film di Bene egli è autore-attore-spettatore. Un Amleto di meno attiva una serie di slittamenti di senso e si fa dispositivo di spostamenti del contenuto: il film non significa là dove ci si potrebbe aspettare, ma contro l’aspettativa spettatoriale spinge la propria significazione altrove.
Un Amleto di meno procede per sottrazione-addizione. Come ricorda Grande, la sottrazione, “l’uno di meno” è anche “il cominciamento di una erosione, il primo avanzo di una sottrazione e di un esaurimento’”. Lerosione non intacca tanto il mito letterario o la tradizione culturale del testo letterario drammatico, quanto la “forma spettacolare” che s’incarica di attualizzarlo; e in tal senso laforguianamente, ebbene sì, “un Amleto di meno; ma la razza non s’è estinta, lo si sappia!”. Il film si presenta sia come sperimentazione-anticipazione del “teatro senza spettacolo”, sia come anticipazione dell’opera video. Vi è in esso uno spostamento di forme e linguaggi diversi; ovvero continui slittamenti da una forma di espressione a un’altra che producono a loro volta alterazioni, mutazioni all’interno della forma cinematografica ospitante. La generazione di relazioni originali, idiolettali, fanno dei set una scena o-scena, investita dalla doppia modalità, di sguardo dell’a(u)ctor Bene contemporaneamente “al di là” e “al di qua” della m.d.p.; ma in Un Amleto di meno l’essere contemporaneamente ‘fuori” e “dentro” la scena scarta di livello e preannuncia la simultaneità del “vedere” e del “vedersi visti” che è propria del linguaggio video. Nel cinema di Bene è l’immagine a essere presa tra voce, silenzio e parola. Il divenire delle immagini, con le loro proliferazioni, addensamenti e improvvise rarefazioni, produce figure che rilasciano sonorità, che richiedono l’ascolto. La successiva opera video trasporterà tutto ciò che accade in scena o in studio (set teatrale) dal visivo al sonoro, all’acustico, fuori dalla forma, fuori dal linguaggio”.
(Cosetta G. Saba, Carmelo Bene, Il Castoro cinema)







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