Su Titane di Julia Ducournau, film molto premiato a Cannes e non solo, si possono declinare gli aggettivi più iperbolici. Si potrebbe aggettivare Titane perfino coniandone di nuovi e lanciarsi, senza timore di esagerare, essendo un film così eccessivo, in tutti i sensi, in paragoni dinamitardi degni degli artificieri del nuovo cinema, cioè coloro che indicano l’esplosione di una corrente avanguardista, intravedono la strada tracciata di una futura cinematografia seguendo la scia delle esplosioni.
In realtà Titane è un film vecchio e nuovo allo stesso tempo, falso e grottesco al limite del ridicolo, soprattutto nella prima parte, ma che riesce a toccare vette di autentico cinema e persino a commuovere, nella risoluzione finale.

Crash di David Cronemberg non è una citazione, è il prequel di Titane, sia nel messaggio contenuto (l’uomo diventa macchina e la carne diventa metallo, l’automobile è oggetto di eccitazione sessuale perchè parte del corpo e del cervello umano) che nella forma; infatti l’eleganza, la perversa morbosità di Crash, quel senso estremo del proibito che si manifesta attraverso intellettualismi visionari, sta alla esplicita violenza reiterata e didascalica di Titane come lo charme demodé del padre all’irruenza goffa del figlio.

Alexia (Agathe Rousselle) è una bambina poco simpatica, persino a suo padre. Un incidente automobilistico molto grave la costringe ad una placca di titanio impiantata nel cranio. La bambina, probabilmente a causa della placca di titanio che la plasma e la trasforma, prova affetto – e in seguito desiderio erotico – solo verso le macchine ma non ha la benchè minima empatia e sentimento umano nei confronti dei suoi simili. Alexia è un mostro, una sociopatica, che ammazza per necessità, affamata di un amore e di un appagamento erotico che non riesce a trovare, e va avanti come un caterpillar, una furia, una vera macchina per uccidere. La violenza è tale da costringere uno spettatore senza peli sul cuore a coprirsi gli occhi, oppure a prendersi gioco di questo eccesso degno di un b-movie o di una parodia torture porno. La modalità di uccisione di Alexia, uno spillone per capelli conficcato nella testa, ricorda la bella sadica di Matador di Pedro Almodovar (eros e thanatos), che infilzava i maschi per raggiungere l’orgasmo. Ma di orgasmi, Alexia, ne ha ben pochi, se non col cambio dell’auto e a costo di lividi dolorosi, e non senza conseguenze.

Poi, avviene il miracolo. Alexia, braccata dalla polizia e incinta della sua automobile – ebbene sì – incontra il pompiere Vincent, ovvero Vicent Lindon in una magnifica prova attoriale e tutto cambia. Non solo la storia, ma anche il percorso del film. L’uomo ha perso suo figlio bambino e sa che il piccolo è morto – la visione di un corpicino carbonizzato durante un incendio è un ricordo o un orrore inaccettabile. La sua follia d’amore di padre disperato gli fa accogliere Alexia come il vero figlio ritrovato e ormai adulto, contro ogni senso logico. Alexia finge, si finge uomo, fino a che non resta travolta da tutto quell’amore e, seppur malamente, risponde a quell’amore come sa. Diventa, almeno un po’, umana, proprio mentre dà alla luce una creatura che è sia uomo che macchina.

E’ Titane un parziale bluff? La risposta è: sì. Titane è un film che fa un uso furbo di sesso, violenza e citazionismo. Il povero Nanni Moretti deve aver vissuto un incubo vedendosi portare via il premio a Cannes da un lungometraggio che tanto deve avergli ricordato il celeberrimo e sbeffeggiato Henry pioggia di sangue.
Ma Titane rappresenta, con la violenza di un calcio sui denti – e anche un pizzico di involontaria comicità – esattamente i nostri tempi, quel passaggio da uomo a macchina, da essere umano a robot sottoposto a impulsi e pulsioni compulsive e cieche – come gli zombie consumisti di Romero – che corre pazzamente verso qualcosa, senza sapere cosa; il coito con la morte, l’annientamento del prossimo e il proprio? Tuttavia, questa umanità, per grazia di un beffardo destino, o forse solo per l’amore totale ed assoluto che solo un genitore, ma non qualsiasi genitore, è in grado di elargire, ha ancora una speranza. Non la speranza di essere migliore o si salvarsi (non andrà tutto bene), ma di trasformarsi in qualcosa che ha comunque diritto a vivere e ad essere amato.
La regista si conferma, dopo il precedente Raw – Una cruda verità, capace di affondare le mani senza paura di sporcarsi nella più crudele, sadica e nera materia, resa ancora più evidente dall’ipocrisia e dalla schizofrenia contemporanee.
Data di uscita: 01 ottobre 2021
Genere: Drammatico, Thriller
Anno: 2021
Regia: Julia Ducournau
Attori: Vincent Lindon, Agathe Rousselle, Garance Marillier, Lais Salameh, Dominique Frot, Myriem Akheddiou
Paese: Francia, Belgio
Durata: 108 min
Distribuzione: I Wonder Pictures
Sceneggiatura: Julia Ducournau
Fotografia: Ruben Impens
Montaggio: Jean-Christophe Bouzy
Produzione: Kazak Productions, Frakas Productions, Arte France Cinéma, BeTV, Canal+, Ciné+, VOO






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