
Disponibile su YouTube Sbatti il mostro in prima pagina, un film del 1972 diretto da Marco Bellocchio ed interpretato da Gian Maria Volonté. Il film mette in evidenza gli stretti legami fra stampa, politica e forze dell’ordine, raccontando come un importante giornale possa manipolare l’informazione pubblica e lo svolgersi delle stesse vicende, per cercare di indurre una precisa reazione nell’elettorato. Il progetto originale vedeva alla regia Sergio Donati, autore della storia e di parte della sceneggiatura, che rinunciò per dissidi col protagonista. Prodotto da Ugo Tucci, scritto e sceneggiato da Sergio Donati e Goffredo Fofi, con la fotografia di Luigi Kuveiller ed Erico Menczer, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le scenografie di Dante Ferretti e le musiche di Nicola Piovani, Sbatti il mostro in prima pagina è interpretato da Gian Maria Volonté, Fabio Garriba, Carla Tatò, Laura Betti, Jacques Herlin, Jean Rougeul, Corrado Solari, Silvia Kramar, Gianni Solaro.
Trama
Anni Settanta. In un campo della periferia milanese viene ritrovato il cadavere straziato di Maria Grazia, quindicenne figlia di un noto professore. Il capo redattore di un noto quotidiano milanese dà incarico di seguire il caso a Roveda, un giornalista alle prime armi, affiancato dallo scafato Lauri. Poi inizia delle indagini per conto suo. Avvicina così la professoressa Zigai, amante di un esponente della sinistra extraparlamentare, in possesso del diario di Maria Grazia.

La pellicola inizialmente doveva essere diretta da Sergio Donati (sceneggiatore di C’era una volta il West e Giù la testa, entrambi diretti da Sergio Leone), autore del soggetto e della sceneggiatura. Per motivi non del tutto chiariti, forse per alcune incomprensioni con il protagonista Gian Maria Volontè, Donati abbandonò il progetto, che fu affidato in corso d’opera al regista Marco Bellocchio. Bellocchio rielaborò il copione di Donati con l’aiuto del critico cinematografico Goffredo Fofi, introducendo nuovi personaggi (come quello della professoressa, interpretato da Laura Betti) e “politicizzando” il film, in modo da rendere evidente la volontà dello sfacciato protagonista di voler strumentalizzare l’omicidio per incastrare dei giovani di estrema sinistra. All’interno della storia, inoltre, si inserirono alcuni avvenimenti intercorsi durante le riprese, come la morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, di cui si vedono alcuni frammenti del funerale ad inizio film. Sempre nei primi minuti della pellicola scorrono le immagini di un vero comizio del comitato anticomunista noto come Maggioranza silenziosa, in cui è possibile riconoscere nell’oratore un giovane Ignazio La Russa.
La testata giornalistica con a capo il protagonista Bizanti prende il nome de Il Giornale: curiosamente, solo due anni più tardi all’uscita del film, nel 1974, venne fondato da Indro Montanelli il quotidiano con il medesimo nome. Gian Maria Volontè, nel ruolo del rapace capo redattore, torna ad interpretare un uomo corrotto che utilizza il proprio potere per offuscare la realtà e modellarla in base al suo interesse, a soli due anni di distanza dal celebre protagonista di Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), di Elio Petri. Nel ruolo della vittima figura invece la futura giornalista Silvia Kramar.
Alla sua uscita, il film venne accusato dalla critica di “schematismo” nel delineare i personaggi e la contrapposizione politica tra destra e sinistra. Alberto Moravia, nella sua recensione per L’Espresso, scrisse che la pellicola “[…] fa pensare ad un affresco soltanto in piccola parte dipinto e per il resto abbozzato (…). Gian Maria Volontè (…) riesce tuttavia a creare un personaggio molto vivo, insieme corrotto e conscio della propria corruzione.” Non soddisfatto del risultato finale, Sergio Donati rielaborò il proprio soggetto per il film Il mostro (1977), diretto da Luigi Zampa e interpretato da Johnny Dorelli. A 50 anni dall’uscita, Sbatti il mostro in prima pagina rimane un’importante testimonianza di un periodo storico complesso della storia italiana, immerso in un’ambientazione meneghina per cui Bellocchio, come afferma Paolo Mereghetti nel suo Dizionario dei film, “[…] è sensibile nel descrivere una città cupa, dove la rivoluzione è già fallita e si prepara la strategia della tensione […]”, confermandosi così come una delle pellicole caposaldo di quel filone di denuncia in voga negli anni Settanta.







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