
Disponibile su RaiPlay A ciascuno il suo, un film del 1967 diretto da Elio Petri, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia. Questo film segna l’inizio del fortunato sodalizio artistico fra Elio Petri, Ugo Pirro e Gian Maria Volonté. Presentato in concorso al 20º Festival di Cannes, il film ha conquistato il premio per la migliore sceneggiatura ed è stato protagonista ai Nastri d’argento 1968, con quattro premi vinti: regista del miglior film, migliore sceneggiatura, miglior attore protagonista (Gian Maria Volonté) e miglior attore non protagonista (Gabriele Ferzetti). Prodotto da Giuseppe Zaccariello, sceneggiato da Elio Petri e Ugo Pirro, con la fotografia di Luigi Kuveiller, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le scenografie di Sergio Canevari, i costumi di Luciana Marinucci e le musiche di Luis Enríquez Bacalov, A ciascuno il suo è interpretato da Gian Maria Volonté, Giovanni Pallavicino, Irene Papas, Laura Nucci, Leopoldo Trieste, Luciana Scalise, Mario Scaccia, Franco Tranchina, Gabriele Ferzetti.
Trama
In un paese siciliano, il farmacista Manno (Luigi Pistilli) e il dottor Roscio (Franco Tranchina) vengono brutalmente uccisi. La polizia arresta dei sospetti, ma il professore liceale Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), amico dei due assassinati, è convinto che si tratti solo di capri espiatori e che dietro il duplice omicidio si nasconda una realtà più complessa. Aiutato nelle sue indagini da Luisa (Irene Papas), moglie di Roscio, Paolo dovrà scontrarsi con l’avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), ambiguo e losco cugino della donna.

“Cinema d’impegno civile che si muove sui binari del mistero e all’ombra dell’intreccio malcelato fra “poteri forti”, tra le maglie di un tessuto sociale le cui singole individualità annaspano nell’ipocrisia e nel perbenismo di facciata, dove tutti sanno ma fanno finta di non sapere, voltandosi dall’altra parte e stando ben attenti a non pestare i piedi sbagliati. Nella pellicola, così come nel romanzo, si respira costantemente quell’aria greve e opprimente della connivenza e dell’intimidazione, caratteristiche peculiari della mentalità e della cultura mafiose, e ciò malgrado i tempi non fossero ancora politicamente maturi per poterne fare esplicito riferimento verbale nell’opera. Petri tratteggia e coordina in maniera superba ogni singolo elemento nell’economia della vicenda, dalla caratterizzazione dei personaggi (encomiabili da questo punto di vista il grande protagonista Gian Maria Volonté, Gabriele Ferzetti nella parte dell’ambiguo avvocato, Irene Papas nei panni di una misteriosa femme fatale, e Salvo Randone che recita il piccolo ma significativo ruolo del padre non vedente del defunto Roscio) alle ambientazioni che vedono come set privilegiato la cittadina di Cefalù, in particolare la piazzetta dell’antica cattedrale, e il litorale di Isola delle Femmine con il caratteristico isolotto sullo sfondo, risaltate dalla fotografia luminosa del direttore Luigi Kuveiller che conferisce alle immagini quella tipica sensazione afosa e assolata della calura estiva siciliana. Le bellissime musiche, ora suadenti ora incalzanti, facenti parte della colonna sonora sono state invece composte da Luis Bacalov”.
(Manuela Giordano, Archivio Siciliano del Cinema)
“Primo film del fortunato sodalizio artistico fra Elio Petri, Ugo Pirro e Gian Maria Volonté, nonché primo adattamento di Petri da un romanzo di Leonardo Sciascia (il secondo sarà Todo Modo del 1976). Opera esemplare per come riesce a descrivere in maniera sagace e ficcante le anomalie di una comunità lacerata da contraddizioni irrisolte, ipocrisie diffuse e una passività omertosa e complice verso gli intrighi (piccoli o grandi) del potere. Come sempre Petri sa coniugare un’attenta analisi sociale con un linguaggio espressivo vitale, dinamico e sorprendente: in questo caso si segnalano un uso assai moderno dello zoom, sulla base della lezione della nouvelle vague francese, di una macchina da presa mobilissima e un montaggio frenetico. Attraverso lo stile, quindi, il regista riesce a restituire quel senso di costante sospetto e di impaccio che accomuna tutti i protagonisti, partecipi più o meno consapevoli di una vicenda che si snoda in un susseguirsi di bugie, diffidenze, malelingue e doppiezze. Emerge così il quadro radicalmente pessimista di un mondo arcaico, miserrimo e immutabile in cui la morale è stata barattata per un vetusto e artificioso senso dell’onore e in cui è sempre meglio voltarsi dall’altra parte e non fare troppe domande per non avere guai. Premiato al Festival di Cannes per la miglior sceneggiatura”.
(LongTake)







Lascia un commento