
Disponibile su Youtube Paura e desiderio (Fear and Desire), un film del 1953 diretto da Stanley Kubrick. Con un team di produzione di quindici persone, è il primo lungometraggio realizzato da Kubrick, il quale – come avvenne per gli altri suoi primi lavori – ne curò anche il montaggio e la fotografia. Il film rappresenta inoltre il primo approccio del regista al genere di guerra, che verrà in seguito ripreso nelle pellicole Orizzonti di gloria (1957) e Full Metal Jacket (1987), con le quali Paura e desiderio condivide l’analisi della condizione dei soldati in guerra. Sebbene il film non riguardi una guerra specifica, è stato prodotto e distribuito durante l’apice della guerra di Corea. Proiettato in anteprima a New York il 31 marzo 1953 e distribuito negli Stati Uniti da Joseph Burstyn il giorno successivo, per numerosi anni il film non è stato reperibile nei canali di distribuzione ufficiali per volontà stessa dell’autore. Tuttavia, dal 2012 è disponibile sul mercato una versione restaurata della pellicola. Con Frank Silvera, Paul Mazursky, Kenneth Harp, Virginia Leith e Stephen Coit.
Trama
Quattro soldati di un non meglio specificato esercito si ritrovano dietro le linee nemiche dopo l’abbattimento del loro aereo. Dopo aver sterminato una pattuglia nemica, il gruppo cattura una ragazza: uno di loro, nel tentativo di evitare la fuga della donna, la uccide. Localizzato per caso un comando nemico, i soldati decidono di uccidere un generale: ma l’alto ufficiale e il suo attendente hanno lo stesso volto.

Kubrick mostrò Paura e desiderio in anteprima a importanti personaggi del mondo del cinema, fra i quali lo sceneggiatore e critico cinematografico James Agee, lo sceneggiatore e regista sperimentale Curtis Harrington e Mark Van Doren, critico cinematografico e professore della Columbia University, alle cui lezioni di cinema aveva partecipato lo stesso Kubrick. Agee disse a Kubrick: «Ci sono troppo buone cose… per chiamare [Paura e desiderio] artistico», mentre Van Doren definì Paura e desiderio «brillante e indimenticabile» e in una lettera inviata al regista affermò: «L’incidente della ragazza legata all’albero segnerà la storia del cinema una volta che sarà vista: è allo stesso tempo bella, spaventosa e misteriosa. Niente del genere era mai stato fatto in un film prima, e questo da solo garantisce che l’avvenire di Stanley Kubrick merita di essere osservato da chi ama scoprire un grande talento nel momento della nascita».
Una recensione apparsa sul New York Times l’indomani dell’anteprima del film giudicò la pellicola «uno studio volubile e spesso visivamente potente delle emozioni represse», sebbene definì la sceneggiatura a tratti ampollosa ed eccessivamente poetica, e sottolineò come la regia di Kubrick fosse a volte tutt’altro che ispirata. Il giudizio continua: «Nonostante Paura e desiderio sia discontinuo e riveli un aspetto sperimentale piuttosto che elegante, il suo effetto complessivo è totalmente degno del sincero sforzo messo nella sua creazione». La recensione conclude affermando che: «Sebbene la sua sceneggiatura sia più intellettuale che esplosiva e il suo cast più loquace che espressivo, Paura e desiderio si sviluppa come un’attenta, spesso significativa e avvincente visione di uomini che hanno “viaggiato molto lontano dai confini privati”».
Una recensione su Variety definì la pellicola «un colto, originale dramma sulla guerra, notevole per il suo nuovo impiego della macchina da presa e il dialogo poetico; una fusione di violenza e filosofia, in parte raffazzonato, in parte fortemente toccante». In risposta alle risate del pubblico nei confronti della performance troppo elaborata di Mazursky, Gavin Lambert, a quel tempo direttore della rivista cinematografica Sight & Sound, commentò dopo la visione del film: «Credo che ciò sia incredibilmente orribile… e credo che egli [Mazursky] sia incredibilmente talentuoso».
Tuttavia, nonostante il generale plauso della critica, Paura e desiderio ebbe poco successo presso il pubblico e gli incassi furono scarsi. Lo stesso Kubrick denigrò più volte la qualità della sua pellicola e a proposito dell’esperienza del suo primo lungometraggio affermò in un’intervista del 1958 che «il dolore è un buon maestro».






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