Valerio Zurlini è stato uno dei cineasti italiani più eleganti e sottovalutati, un osservatore in grado di richiamare a sé caratteri opposti e molteplici, di indagare con profonda dedizione tra i sentimenti, tra le i silenzi e le inquietudini di quell’amore romantico disposto ad animare individui portati a ribellarsi alla quotidianità borghese nel tentativo di percorrere un sentiero che li porti lontano dalle crudeli leggi della sopraffazione della società capitalistica.

Valerio Zurlini
Di origini bolognesi, Zurlini, classe 1926, è stato un uomo di cinema coerente e indomito, marxista e cristiano, estraneo a qualsiasi forma di manierismo, allergico all’elemento effettistico e alla teatralità stucchevole, motivato dal desiderio di un respiro limpido che sullo schermo si accompagna a un certo distacco. Negli anni in cui erano più blasonati altri registi, egli seppe portare sul grande schermo storie in grado di cesellare enigmatici ritratti umani, tormentati e alla ricerca di un senso, scrivendo i suoi racconti di figure complesse e segnate del destino, e regalando alcuni squarci di anime non incasellate. Tra di esse, Aida, una Claudia Cardinale perfettamente calata nel ruolo di una giovane e bella ragazza madre per La ragazza con la valigia (1961), sedotta e abbandonata da Marcello Mainardi, ragazzo benestante che l’abbindola con le sue false promesse, la quale tuttavia trova in Lorenzo, il fratello di Marcello, l’adolescente integro disposto a compensarla del torto fattole dal fratello. Zurlini porge l’esito di un’intensa pagina di cinema nella costruzione di un personaggio, quello di Aida, al cui cospetto cresce l’intensità della fiamma nel cuore di Lorenzo, portatore di una passione garbata, e attraverso questo film il cineasta riafferma il tema a lui caro della “coppia impossibile”.

Claudia Cardinale in “La ragazza con la valigia”
Raccontare l’amore e un periodo storico è quanto riesce benissimo a Zurlini, eccellente regista di attori che nel suo primo primo lungometraggio, Estate violenta (1959), riuscì a raccontare con sfumature d’intensa malinconia e grande delicatezza lo smarrimento di un individuo abituato all’agiatezza del suo status sociale, studente universitario figlio di un gerarca fascista che si innamora di una vedova di guerra, con la loro fuga e il loro sentimento vissuto al cospetto di un mondo in disfacimento. Tra memorabili sequenze e interpretazioni eccellenti, Zurlini è sin da subito in grado di portare in scena un cinema che racchiude al meglio le caratteristiche più essenziali dei suoi maestri, in special modo Antonioni, Visconti e Rossellini, con una sceneggiatura dai dialoghi in grado di rispettare i toni alti del sentimento evitando facili suggestioni e prediligendo composizioni sobrie in armonia con le sfumature psicologiche.

“Estate Violenta”
Il contesto storico, la tragedia imminente e la fragilità del sentimento recano la prima pagina esemplare del cinema poetico e doloroso. Nei personaggi di Zurlini c’è sempre un pudore che il cineasta ha la sensibilità di percepire come un ascoltatore che lascia spazio alle esitazioni, agli sguardi trattenuti, ai corridoi vuoti, ai silenzi e agli struggimenti dell’anima avvicinati senza alcun patetismo. La vita che accosta i personaggi con la bellezza di un innamoramento vale più di qualunque colpo di scena e ci lascia spettatori di un senso di rapimento che l’eleganza visiva delle migliori pagine cinematografiche di Zurlini accompagna al senso della perdita, a quel sentimento di nostalgia che attraversa amori impossibili e lascia una luce crepuscolare tra i silenzi di chi ha amato e sofferto. Un cinema che riesce a essere elegante e insieme intensamente struggente, come nell’intenso Cronaca familiare, dove il rapporto complesso tra due fratelli è anche quello tra due condizioni sociali, che sa essere allegorico e politico e affrontare temi come l’oppressione e la libertà (Seduto alla sua destra, 1968) nonché porsi come disincantato, fatalista e introspettivo (La prima notte di quiete, 1972), metaforico e meditato (Il deserto dei Tartari, 1976), raggiungendo vette stilistiche in cui il rapporto con la grande letteratura è perseguito dal cineasta in un’inesausta interrogazione sulla solitudine degli essere umani. Una capacità espressiva raffinata e colta ma mai ampollosa e pedante, un’attenzione per anime inquiete avvinte al desiderio e segnate dal dolore, che fa del suo cinema uno dei più universali, poetici e dolorosi del panorama italiano e internazionale dell’epoca, dove la capacità figurativa e l’attenzione per figure marginali – giovani inquieti, adulti disillusi – regala motivi di ribellione e al contempo di disillusione e autenticità tra le luci morbide di un’ispirazione che evita di spettacolarizzare il reale permettendo allo spettatore, con i tempi dilatati della sua drammaturgia, di entrare con grande intensità nel clima emotivo dei racconti e di uscirne, sovente, disorientato e colpito, ma anche profondamente arricchito.

“Cronaca familiare”






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