C’è una considerazione importante che dovremmo fare tutti, in qualsiasi contesto: la distanza tra la presunta normalità di un’esistenza che si svolge lungo pacifici binari e la vita degli altri quando è toccata dal dramma, dalla malattia mentale, o da episodi legati all’illegalità, è solo un sottile velo. Che non sia capitato a noi, non necessariamente dipende dalla nostra eccezionale tempra, prudenza o qualche abilità, ma da una serie di fattori legati spesso alla fortuna, alla genetica, e soprattutto, ebbene sì, al caso.
E’ quindi senza preconcetti, ma con immedesimazione ed una imprevedibile simpatia, dovuta alla scrittura coinvolgente dell’autore, che strappa sorrisi ironici persino nelle situazioni più drammatiche, che entreremo nella storia raccontata da “Fine d’Inizio”.
Il romanzo di Paolo Signore, sociologo, fondatore di un centro di ricerca sociale, artista e molto altro, descrive la lenta discesa agli inferi di un padre e dell’intera famiglia, alle prese con la tossicodipendenza dell’amatissimo figlio.
Contrariamente alle apparenze, “Fine d’inizio” non è un libro che può trovare interessante solo chi, direttamente o indirettamente si sia imbattuto in questo specifico problema. E’ fuori dubbio che apra molti interrogativi utili e necessari su vari temi, come il ruolo, spesso carente, delle figure istituzionali: centri inadeguati, assistenti sociali fantasma, e una buona dose di superficialità, supponenza e, talvolta, autentica idiozia, da parte di personaggi che dovrebbero essere preposti alla cura della salute, al vero rispetto della giustizia e alla salvaguardia di tutti noi cittadini.
Eppure, “Fine d’inizio”, riesce ad andare oltre la denuncia sociale, la descrizione minuziosa di un’esperienza che viene narrata affinchè “possa non accadere ad altri”, e coinvolge la responsabilità genitoriale, nel momento in cui si assiste, impotenti, alla sofferenza fisica e morale del proprio figlio.
In ogni pagina del libro il filo conduttore non è mai la rabbia, che segue lo stupore di una condizione che si svela poco a poco, fino ad un colpo di scena capace di reinterpretare e mettere insieme il puzzle di una vicenda dai tratti allucinatori. Quel che accompagna ogni momento della storia è una profondissima umanità.
Ed è questo che rende “Fine d’inizio”, scritto con veemente passione fino al punto da risultare un diario imperfetto, un libro capace di parlare davvero a tutti, di trascendere la specifica vicenda e coinvolgere il lettore in un alternarsi di emozioni. L’umanità di un padre che non si arrende, che le tenta tutte, sbaglia, fa la cosa giusta, si arrabatta, non dorme, ma che, in ogni momento, ama. Ama il figlio, non manca di speranza, guarda sempre oltre la giornata buia (e talvolta è un buio pesto), riuscendo, perfino, ad amare la vita e sé stesso.
Ed è solo questo che conta: non la casualità, le sfortune, gli inciampi, le paure, ma “tenere botta”, fare il meglio che si può.
Da questa lettura si esce stupiti, costernati, commossi, ma mai avviliti, perché “Fine d’Inizio” è un inno alla vita, nonostante.
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