Consueto appuntamento con la rubrica del critico cinematografico Roberto Lasagna, che per questo fine settimana propone un film biografico di Andrzej Wajda, “Il Ritratto Negato”, un documentario sugli emigranti italiani nel Quebec canadese, “La Seconda Patria”, e l’horror attesissimo “Annabelle 3”.
Il Ritratto Negato
Regia: Andrzej Wajda. Interpreti: Boguslaw Linda, Aleksandra Justa, Bronislawa Zamachowska, Zofia Wichlacz, Krzysztof Pieczynski. Paese: Polonia, 2016. Durata: 98’
Immagini dense ed avvolgenti ci riportano a un altro cinema, a un’altra dimensione, quella dello sguardo umanistico, di pathos antiretorico, di Andrzej Wajda, che nel disegnare il ritratto dell’artista Strzemiński ha firmato l’ultima pagina di una filmografia epica e rigorosa. L’immersione nella storia come opposizione teorico-stilistica contro l’invasione della violenza politica e militare stalinista, si esprime in un film che riporta all’essenzialità del suo cinema, dove l’artista connazionale è uno dei più vivaci e consapevoli teorici dell’arte astratta, sensibilità polacca che per Wajda aveva “capito il sentiero dell’arte moderna”, la cui figura è ritratta nei colori della fotografia di Pawel Edlman. Toni che donano pienezza a un film definitivo, attraverso cui il cineasta, nel raccontare il pasionario artista che nella Polonia del 1948 gode di rispetto e larga fama in patria come all’estero, ripercorre temi che si succedono in coerenza con la sua estetica. Il Ritratto Negato è così una dichiarazione di fede per la libertà d’espressione, che passa anche attraverso la libertà del gusto e del sentire, degli studenti così come dell’uomo comune, lo studio dell’arte come scelta personale e libera. Strzemiński è docente all’Accademia di Belle Arti, membro dell’Unione degli Artisti e fondatore del Museo cittadino di Arte Moderna. Il suo talento immenso e il suo spirito libero sono affiancati da una figlia bambina ricettiva, da allievi che adorano il maestro e da una moglie gravemente malata. Il destino gli ha portato via una gamba e un braccio ma l’infermità non lo ferma nella produzione di opere e nella compiuta teorizzazione dell’Unionismo, di cui è il fondatore. Nella difesa del connazionale artista, del suo spirito libero, il compianto Andrzej Wajda, come ogni vero maestro, affida alla Memoria l’operato di un poeta delle immagini la cui vicenda si intreccia con quella tragica dipinta nei suoi film dal cineasta che più di altri ha saputo raccontare la Storia e le nebbie dei conflitti.
Per chi confida nel cinema di un Maestro
La Seconda Patria 
Regia: Paolo Quaregna. Interpreti: Johnny Stea, Florent Vollant, Carlo Polacco, Guido Antongiovanni, Paul Tana. Documentario. Paese: Italia, Canada, 2019. Durata: 80’
Lavoro necessario, il racconto di Paolo Quaregna ci ricorda con ferma pacatezza il vero significato del processo d’integrazione, facendovi riflettere su quanto significhi partire, lasciare il proprio paese, cercando altrove una nuova prospettiva d’esistenza, intrecciando relazioni e collocando in un nuovo mondo la propria identità, che vivrà del confronto con chi sarà disposto ad accoglierci e a cedere qualcosa per poter ricevere a sua volta da noi. Lasciando da parte steccati e barriere, film ci rende migranti dello sguardo, partecipi di una condizione, mentre segue il viaggio della famiglia Stea originaria di Sannicandro di Bari, che, già minatori in Belgio nel primo dopoguerra, poi lavoratori occasionali tra Toronto e Montreal, raggiunge le miniere di ferro nel Canada del Nord, a Schefferville, dove l’adattarsi consiste nel cercare di creare nuove radici senza però recidere il legame con le origini. Integrarsi significa mettersi in gioco, ma richiede che anche chi ci accoglie lo faccia. Il confronto della famiglia Stea è quindi anche con quell’italianità destinata a creare sensazioni di disagio e discriminazione, come ci ricordano i cartelli in cui campeggiava la scritta “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Il documentario di Paolo Quaregna, senza retorica, ci lascia comprendere che cosa serva ricordare, oggi, per mantenere un profilo culturale integro, ci ricorda cioè con spiazzante precisione come i nostri nonni e avi furono costretti a milioni a leggere quei cartelli, mentre oggi lo abbiamo dimenticato quando lo stesso termine “migranti” lascia il campo a considerazioni irrazionali che sfuggono dalla disamina delle reali condizioni della vita quotidiana. Fare dibattito culturale attraverso immagini di incontestabile evidenza è ancora possibile. Gli italiani emigrati nel Quebec hanno trovato poi nel paese lontano una seconda patria effettiva, mentre l’Italia non sembra aver patito il loro allontanamento. Un palcoscenico di distacchi, abbandoni ma anche gioie, come nell’esemplare rapporto creatosi tra gli immigrati e gli Innu, la minoranza autoctona del Quebec.
Per comprendere l’espressione “integrazione”
Annabelle 3
Regia: Gary Dauberman. Interpreti: Mckenna Grace, Patrick Wilson, Vera Farmiga, Madison Iseman, Katie Sarife. Genere Horror, Thriller – USA, 2019. Durata: 106’
Il precedente Annabelle 2: Creation, era un prequel, mentre in questo Annabelle 3 le situazioni si ricollegano a L’evocazione – The Conjuring. Se si perdonano una certa ripetitività, è però vero che dopo una prima parte rarefatta e un po’ pretestuosa, il racconto prende poi una nota di sicurezza e genera brividi in una dimensione claustrofobica in cui lascia il segno soprattutto l’interprete più giovane, Mckenna Grace che interpreta la Judy: il suo volto dall’espressione compassata, rende bene la condizione, tra la rassegnazione e la mestizia, di una bambina costretta a vivere una vita fuori dal normale – assieme ai genitori demonologhi che conoscono bene i rischi del loro ruolo – che usa il crocifisso come una giustiziera di vampiri navigata. La bambola di Annabelle ha un look particolarmente inquietante e come il film è in grado di suscitare tensione, a tal punto che tutto il racconto è una ricerca minuziosa dell’apprensione, nella ripetuta apparizione di oggetti inanimati che scompaiono così come di fantasmi che si ritraggono dalla scena. Nel carnevale delle icone horror, le bambole sono macabri simulacri di “alienità”, perfetti nel ribadire, con la loro fissità inquietante, come il volto umano possa spaventare quando appaia il suo tratto di maschera, il suo aspetto deformato. Certo, le buone intenzioni di una regia e di una scrittura precisa (Gary Dauberman scrive in questo caso anche la sceneggiatura), non riscattano da una generale meccanicità, dal tedio che il racconto alla lunga sollecita. Ma il suo interesse è nel tratto encliclopedico, nella raccolta di immagini della paura che fanno di Annabelle 3 un serbatoio di visioni, situazioni tipiche dell’immaginario infantile (come la paura delle bambole e delle presenze sotto le coperte, o delle streghe che ci tirano i piedi mentre dormiamo). C’è delicatezza tra queste ragazze, ma c’è anche reattività, intuito, necessità di crescere e comprendere.
Per chi ha nostalgia degli scontri tra il crocifisso e i demoni





Lascia un commento