Anche per questo fine settimana affidiamoci alle analisi del critico Roberto Lasagna di tre titoli che escono in questi giorni nei cinema.
Un giorno di pioggia a New York
Regia: Woody Allen. Interpreti: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law. Durata: 92’. Paese: USA 2019
Il nuovo attesissimo film diretto da Woody Allen è una commedia di luci che vede Vittorio Storaro di nuovo al fianco del regista dopo il drammatico e notevole La ruota delle meraviglie. Con una sceneggiatura che permette al cineasta di tornare alle origini senza ripetere in modo scontato le formule note, Allen ci regala un altro film prezioso, dopo Match Point (2005) e Blue Jasmine (2013). Ritroviamo New York a quarant’anni da Manhattan, e ne riviviamo l’intensità romanzesca, il fascino e l’immaginario di un luogo in cui l’avventura della finzione e quella del desiderio sembrano autorizzate a rilanciarsi di continuo. Gatsby e Ashleigh vivono un rocambolesco soggiorno a New York: lui non vede l’ora di mostrare alla fidanzata la vita e i luoghi prediletti della sua città natale, studente mingherlino che – attualizzazione del prototipo alleniano – ama solo i vecchi film e i locali retrò, la pioggia e George Gershwin. Al suo fianco, Ahleigh, con il volto di Ellen Fanning, riflette il calore solare di una città che vediamo nel fine settimana anche tra la pioggia, speranzosa responsabile del giornale nella modesta università di provincia in cui studia. I due studenti, caratteri complementari, si lanciano nell’avventura. La giovane, come lui rapita dalla città, sarà sopraffatta dall’effimero che entrambi sperimentano in questa giostra delle emozioni. Come una variazione jazz di uno schema collaudato, Allen riparte con i suoi personaggi rifornendo il suo immaginario di una freschezza che ha un cuore antico, dove, senza tradire il black humor, la voce della verità non arriva dalla famiglia o dai soldi, ma da una puttana. Il risveglio dei sensi coincide con l’incisività della scrittura, l’assalto delle tentazioni con la conquista di una città che favorisce il risveglio delle idee e delle emozioni, mentre intorno la pioggia bagna l’immaginario tra la musica di Chet Baker e i riferimenti a F. Scott Fitzgerald. I due innamorati si completano, eppure, in un giorno di pioggia a New York, ciò non basterà a debellare i rivolgimenti del caso. Per le nuove generazioni potrà essere una rivelazione scoprire nel personaggio di Gatsby, l’alter-ego rivisitato di un cineasta che ha segnato la storia della cultura ma che in America è ricordato soprattutto per il suo matrimonio in terze nozze con la ex-figlia adottiva o per essere un regista amato soprattutto in Europa.
Per chi è impazienze di vedere il nuovo film del regista di Manhattan
Il peccato – Il furore di Michelangelo
Regia: Andrey Končalovskij. Interpreti: Alberto Testone, Jakob Diehl, Francesco Gaudiello, Federico Vanni. Paese: Russia, Italia, 2019. Durata: 134’
Italia, 1952. Michelangelo è al lavoro sulla tomba di Papa Giulio II della Rovere, dopo aver terminato di dipingere la volta della Cappella Sistina. Con l’avvento dei Medici in Vaticano, al seguito dell’improvvisa morte del Papa, resta coinvolto nella lotta spietata e interminabile tra le due famiglie più potenti d’Italia, che gli sconvolgono la vita, costringendolo a mentire e a lottare per cercare di portare a termine i due ambiziosi progetti. Michelangelo Buonarroti è l’artista profetico, somma personalità della storia dell’arte occidentale, a cui Andrej Končalovskij dedica il suo ritratto sentito, interpretato da Alberto Testone che offre del solitario e straordinario artista il volto umanissimo. Personaggio complesso, celebrato nella sua modernità già nelle biografie del Vasari e del Condivi, esecutore perfetto e artefice dell’arte rinascimentale, viene portato sullo schermo da un interprete poco conosciuto ma che aveva già prestato il suo lavoro alla personificazione di Pier Paolo Pasolini in Fatti corsasi, diretto da Stefano Petti e dallo stesso Testone. La scelta dell’attore si è rivelata propizia, per un film potente ma slabbrato, su cui il cineasta russo si è visto impegnato per anni, e pare che il film sia stato rifiutato da diversi festival, trovando, dopo numerosi tagli e un rimontaggio che lo ha portato alla versione attuale di 134 minuti, accoglienza alla Festa del Cinema di Roma. Travagliato da un iter produttivo lungo e da un montaggio che sopratutto nella prima parte lascia pensare a una durata iniziale più estesa di quella che possiamo vedere oggi, Il peccato, fatta esclusione per alcune leggerezze di scrittura e nella messa a punto della recitazione, si lascia perdonare i suoi squilibri e una prima parte posticcia, in primo luogo grazie alla sincera ambizione del suo autore di voler restituire un Michelangelo davvero troppo umano, che ambirebbe alla divinità artistica di Dante ed è un uomo scisso, sessualmente ambiguo, che non riesce a sopravvivere alle proprie debolezze. Il mondo rozzo e ferino, grottesco e sporco del Rinascimento è storicamente attendibile, specie nell’edificazione del mastodontico Mosé, opera di una carnalità già laica e in un certo senso sfida al Creatore. Quando Michelangelo si trasferisce a Carrara per procurarsi il marmo, incontra il mediocre Sansovino che dapprima si prenderà gli insulti del maestro della Cappella Sistina riconoscendone tutta la superiorità; vivrà poi una rivincita quando denuncerà il carattere opportunista di Michelangelo, interprete del suo tempo e peccatore perché, in quanto supremo artista di ogni epoca, per lui ogni occasione era buona per dare espressione alla sua ambizione, oltre che al suo talento. E’ in lui che il mondo rinascimentale si ritrovava, artista inarrivabile ed essere umano incapace, nel peccato, di innalzarsi alla purezza dell’eterea purezza di Maria, la figlia di un marmista di cui restò affascinato. Ambiguità e complessità che il lavoro coraggioso di Končalovskij mette in primo piano seppure non sempre con efficacia.
Per cogliere luci e ombre di Michelangelo Buonarroti
Marco Polo – Un anno tra i banchi di scuola
Regia: Duccio Chiarini. Genere: documentario. Paese: Italia, 2019. Durata: 86’
Duccio Chiarini è un regista da tenere d’occhio per l’attenzione non banale all’adolescenza e agli studi dei caratteri che infonde in ogni suo lavoro. Dopo l’esordio nel lungometraggio di finzione Short Skin, dove affrontava la fragilità della sessualità maschile uscendo dagli stereotipi, con il lungometraggio L’ospite, uscito praticamente inosservato, riusciva a trasformare un saggio di sociologia in un film con il dono della leggerezza e le sfumature della profondità, cogliendo la difficoltà di uomini e donne del nostro tempo, ansiosi di allacciare storie e al contempo in difficoltà perché spaventati dalle relazioni stabili. Ora con il documentario Marco Polo – Un anno tra i banchi di scuola, il regista fiorentino si dedica con sensibilità a riflettere sull’educazione come luogo di dialogo e prossimità tra le generazioni, dove la scuola è vista come habitat da rendere più a misura di studente, nel segno di un’idealizzazione positiva alimentata durante gli anni del liceo, quando Chiarini poté condividere con i compagni le esperienze dei comitati studenteschi, il giornalino, le lezioni sugli anni Sessanta e la voglia di appendere poster di cantanti alle pareti, situazioni di spontaneità che rendevano gli studenti liberi di essere protagonisti e non fondali inerti. La scuola di pomeriggio, nell’esperienza d Chiarini, era il luogo in cui cadevano tutte le maschere dei ruoli e si poteva apprendere dagli insegnanti in maniera meno condizionata. Duccio Chiarini porta la cinepresa all’interno dell’Istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Firenze, restando per un anno a fianco del dirigente scolastico Ludovico Arte, di professori, studenti e insegnanti di sostegno, con il progetto di raccontare la scuola dall’interno. 150 professori, 1600 studenti, tra i quali Chiarini si mimetizza per cogliere il flusso della quotidianità, dove docenti e allievi vivono insieme progetti d’integrazione, riflessioni sui metodi educativi, mentre a fianco dei tradizionali programmi ministeriali è concreta la volontà di accogliere le dinamiche sociali dei ragazzi, nel proposito di unire cultura e società, le fasi della crescita ai problemi sociali, seguendo al contempo la maturazione emotiva e cognitiva dei giovani. Quasi sempre senza avvisare preventivamente, Chiarini e il suo operatore entrano nelle classi per filmare dettagli delle lezioni, mentre uno psicologo aiuta gli insegnanti motivandoli a seguire il proprio percorso. I discorsi sulla dittatura e la democrazia si ritagliano un loro spazio tanto che un film di questo tipo solleva tutto il suo portato didattico e coglie momenti significativi del vissuto scolastico. Prodotto dall’Associazione Culturale La Règle du jeu impegnata nel compito di avvicinare le nuove generazioni alla conoscenza del cinema come forma d’arte ma anche come modalità espressiva di tematiche sociali e strumento di crescita.
Per chi ha a cuore gli adolescenti e la loro vita a scuola






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