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L’Immortale – Recensione

Bianca Ferrigni Recensioni Dic 10th, 2019 0 Comment

Parlare di Ciro Di Marzio detto “l’immortale, personaggio insostituibile della produzione Sky Gomorra – La Serie, affondare nella vicenda e nell’inconscio fino a indagare le sue origini e la sua evoluzione, significa squarciare un ulteriore velo sulla criminalità analizzata da Roberto Saviano. Ciro è il paradigma di tutta l’umanità deviata che si affaccia nelle quaranta puntate di Gomorra, senza esiti assolutori, certamente, ma mai come nel personaggio interpretato da Marco D’Amore viene sfiorata una dimensione epica, se non eroica, che potrebbe alimentare riserve di carattere etico.

D’Amore, che già aveva ricevuto il battesimo dietro alla macchina da presa nella regia di alcuni episodi della serie stessa, si ripropone in doppia veste per L’Immortale, in questi giorni in distribuzione nelle sale. Un film a sé, che non vuole essere né prequel né spin-off, ma che, nel finale, si rivela per ciò che realmente è: un anello di ricongiunzione tra la quarta e la quinta stagione di Gomorra.

L’Immortale riparte dall’espisodio finale della quarta stagione, che si chiude con la morte di Ciro. Il suo corpo affonda nelle acque del Golfo di Napoli e la sua voce fuori campo riemerge all’inizio del film: “Quando ero piccolo e stavo all’orfanotrofio, sai che mi dicevano le suore? Il terremoto è volere di Dio, fa bene alla terra. Come quando una persona sta male e accumula, accumula: o si libera e sfoga… o muore”. Ed è questo il primo sguardo alle spalle, all’infanzia, che darà struttura a tutto il film, costruito tra presente e flashback, legati in una riproposizione compulsiva del passat0.

Il terremoto c’è davvero ed è quello del 1980, restituito negli interni delle periferie che si sgretolano e collassano, metafora di una città bellissima che ancora una volta implode. E a correre tra i vicoli che soffocano c’è Cirù a dieci anni. Un bambino fragile ma che ha già imparato a controllare il cuore e dare spazio a un realismo che non fatica a sconfinare all’inizio solo nell’illiceità, poi, cresciuto, in una freddezza ammestrata e crudele. Quella dell’infanzia di Ciro è una Napoli di contrabbandieri di sigarette, dove l’idea che la criminalità aveva di sé conservava ancora un sapore romantico. Sul finire degli anni ottanta l’economia sommersa partenopea era ancora quella dei magliari e dei venditori di sigarette agli angoli delle strade, a ridosso dei vicoli, e più di duemila napoletani sopravvivevano in modo precario grazie al contrabbando. Il passaggio alla criminilità organizzata della nuova camorra, che parte dalle aree nord di Napoli, avverrà solo negli anni novanta, quando il giovane Ciro Di Marzio si affilierà al clan dei Savastano.

Genny gli aveva sparato, ma Ciro non è morto. Guarisce, ma deve andarsene da Napoli e tenere nascosta la verità. Deve partire per un’altro Paese. Stavolta è la Lituania, con il cielo al neon di Riga dove ricominciare da capo. Sì, lui è “l’immortale”, ma la sua non è una condizione privilegiata. Anzi, è una condanna, perché diversamente dagli altri personaggi a lui non viene mai concessa la pacificazione della morte.

La luce baltica della Lituania accompagna tutto il film, e anche i tanti flashback sul passato restituiscono solo una Napoli notturna o colta all’imbrunire, quasi investita anch’essa da una fredda aura nordica, con il risultato che L’Immortale in fin dei conti risulta un  sogno, lungo come un’unica notte, che ruota attorno al mistero della Morte, un mistero dominato da una tragicità classica, o anche shakespiriana, che appartiene pure a Gomorra – La Serie.

L’Immortale è un capitolo a sé, forse imprescindibile dal prodotto televisivo e in qualche modo autonomo. Se le tante puntate di Gomorra avevano avuto la possibilità di fornire nel loro sguardo reiterato una visione a tutto tondo dei personaggi, qui appare una gratuità che impedisce un reale spessore della vicenda. La fratellanza con Genny Savastano aveva una genesi lunga e complessa, e quella riproposta nel film con un nuovo personaggio appare un po’ appiccicata e superficiale. Così come il filo narrativo non scorre liscio e manca di linearita, mostrando intoppi o virate repentine.

Riuscito, ripetiamo, l’aggancio onirico e compulsivo al passato, con il bambino orfano Cirù che inventa dei genitori nella “angelica” Stella e in Bruno, dal quale a sue spese imparerà cos’è il tradimento.

Difficile dire se l’apparente lontanza dalla serialità sia un pregio o un difetto, ma poco importa. Quello che conta è che la fotografia e l’atmosfera sono sempre di qualità, stavolta pervase da un tono più intimo, più riflessivo e forse più malinconico. Così come la recitazione, alla quale si aggiunge una nuova felice scoperta: quella di Giuseppe Aiello, un bambino di dieci anni di Scampia. Nel cast anche l’ottimo Aleksey Guskov nei panni del freddo boss russo Yuri Dobeshenko.

DATA USCITA: 5 dicembre 2019
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2019
REGIA: Marco D’Amore
CAST: Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Gianni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio, Nello Mascia,
SCENEGGIATURA: Marco D’Amore, Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio
FOTOGRAFIA: Guido Michelotti
MONTAGGIO: Patrizio Marone
MUSICHE: Mokadelic
PRODUZIONE: Cattleya, Vision Distribution
PAESE: Italia
DURATA: 115′
DISTRIBUZIONE: Vision Distribution
6.5
voto

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Bianca Ferrigni

Cinefila dalla culla, cresciuta a pane e Truffaut, è giornalista professionista, Divide il mondo tra coloro che amano Lars VonTrier e quelli che non lo sopportano. E' stata capo redattore delle pagine di Cultura del giornale "Il Piccolo" dal 2004 al 2014.

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