Cento anni fa nasceva il compianto Furio Scarpelli, sceneggiatore prolifico, una delle firme più prestigiose del cinema italiano insieme ad Agenore Incrocci in arte Age.

Nato a Roma il 16 dicembre del 1919, era figlio dell’umorista, illustratore e giornalista satirico Filiberto Scarpelli, fondatore de “Il travaso delle idee” e frequentatore del movimento futurista, assassinato a colpi di pistola nel 1933. Furio ereditò dal padre le doti di vignettista e il piglio canzonatorio e iniziò giovane a collaborare a diverse riviste umoristiche. La sua formazione di scrittore e sceneggiatore era debitoria soprattutto verso l’esperienza maturata al “Marc’Aurelio”, una pubblicazione di satira nata nel 1931, fondata nella capitale da Vito De Bellis e Oberdan Cotone, attiva fino al 1958 e che fu ottima palestra per tanti illustri nomi del nostro cinema, da Vittorio Metz a Cesare Zavattini, da Federico Fellini a Ettore Scola. Fu proprio al “Marc’Aurelio” che, sia Furio Scarpelli che Age, poterono affinare uno stile inconfondibile, pungente, popolaresco ma al contempo arguto, che fece di loro una coppia di ferro della cinematografia dalla fine degli anni Quaranta a metà degli Ottanta, maestri indiscussi soprattutto della commedia: Age & Scarpelli.

Age e Scarpelli
Alcuni dei titoli di cui firmarono la sceneggiatura, a cominciare dai film con Totò per arrivare a Scemo di guerra (Dino Risi, 1985) con Beppe Grillo, si commentano da soli: 47 morto che parla (Carlo Ludovico Bragaglia, 1950), Napoletani a Milano (Eduardo De Filippo, 1953), La banda degli onesti (Camillo Mastrocinque, 1956), Tutti a casa (Luigi Comencini, 1960), La marcia su Roma (Dino Risi, 1962), I mostri (Dino Risi, 1963), Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963), Signore e signori (Pietro Germi, 1965), In nome del popolo italiano (Dino Risi, 1971), C’eravamo tanti amati (Ettore Scola, 1974), Il tassinaro (Alberto Sordi, 1983), e ovviamente le pellicole nate dalla geniale collaborazione con Mario Monicelli: Padri e figli (1957), I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), I compagni (1963), L’armata Brancaleone (1966), Brancaleone alle crociate (1970), Vogliamo i colonnelli (1973), Romanzo popolare (1974).

Romanzo Popolare
E’ proprio la testimonianza di Monicelli, che troviamo nel libro di Stefano Della Casa Storia e storie del cinema popolare italiano, a darci un’idea del contributo inestimabile che Age e Scarpelli hanno dato al cinema italiano e alla commedia, un genere che con un fondo di amarezza ha saputo tradursi nello spietato ritratto dei vizi e delle contraddizioni della nostra società, attraverso i momenti più rappresentativi della storia del Novecento, dal fascismo agli anni del miracolo economico, o addirittura a ritroso nel tempo calando l’italiano medio di oggi in epoche a noi molto lontane.

L’Armata Brancaleobe
Collegandosi all’uso del dialetto nei suoi film, che fu un elemento di forte modernità nella commedia all’italiana tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Monicelli aveva parlato anche della capacità dei due sceneggiatori di lavorare con i linguaggi inventandone anche di nuovi, nei film al presente e in quelli ambientati nel passato: “Il caso più noto è naturalmente il latino medievale e maccheronico di L’armata Brancaleone, sul quale sono state fatte anche tesi di laurea. Ma ogni volta il gergo di un piccolo gruppo di individui diventa un vero e proprio capolavoro di inventiva: il linguaggio della malavita in I soliti ignoti, quello dei primi socialisti in I compagni, poi quello dei reazionari in Vogliamo i colonnelli. Questa loro stupenda attitudine ben si univa alla mia: a me erano sempre sembrati ridicoli i fatti storici così come li apprendevamo dai libri di storia, pieni di retorica, di eroi e di simboli. Per questo ho cercato di raccontare come la gente comune dell’epoca poteva aver vissuto quegli avvenimenti: cosa pensavamo i soldati semplici nella prima guerra mondiale, i poveracci del Medioevo in L’armata Brancaleone… La commedia, insomma, era diventata un genere adulto, Continuava a far ridere, però c’erano tutti gli elementi perché raccontasse storie importanti”.

Alessandro Gassman e Alberto Sordi ne “La Grande Guerra”
A fornire un esempio dell’ironia e dell’approccio divertito dei due sceneggiatori, invece, furono Age e Scarpelli in persona, che ricordando il loro lavoro di scrittura per un film fastoso e melodrammatico che raccontava la storia di una grande dinastia di editori musicali, Casa Ricordi (Carmine Gallone, 1954), raccontarono di quando, ancora giovani e desiderosi di nuove idee, si presero gioco di un genere che a loro stava stretto e di un regista serio e alla vecchia maniera come Carmine Gallone: “Nella scena in cui dovevamo descrivere i tormenti d’amore di Giuditta Pasta, inserimmo due personaggi che pronunciavano il seguente dialogo: ‘Hai visto, la Pasta è innamorata, è molto innamorata’, ‘Eh sì, la Pasta è cotta!’. Inserimmo questo foglio nella sceneggiatura che consegnammo a Gallone, lui la lesse e non fece una piega […]. Non si era accorto di niente e noi pensammo: se lo gira così come lo abbiamo scritto rideranno tutti; d’altro canto, se gli spieghiamo cos’è successo è come se gli dicessimo che è un imbecille. Con un trucco levammo quella pagina, e nessuno seppe niente”.

Maria Grazia Cucinotta e Massimo Troisi ne “Il Postino)
Dopo aver collezionato numerosi premi e riconoscimenti, in anni più recenti Furio Scarpelli e Age hanno continuato a lavorare ma separatamente. Tra le ultime sceneggiature di Scarpelli ricordiamo almeno Il postino (Michael Radford, 1994) che gli valse una terza candidatura all’Oscar, Ovosodo di Paolo Virzì (1997), La cena di Ettore Scola (1998). E’ scomparso nella sua Roma nell’aprile del 2010.






Lascia un commento