
Disponibile su YouTube Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie), un film del 1972 diretto da Luis Buñuel. Alla sua trentesima pellicola, Buñuel realizza una commedia che da molti è considerato il film più “tipico” della sua produzione, in quanto raccoglie molti dei tratti caratterizzanti il suo cinema. Il regista spagnolo propone una arguta e sardonica critica al mondo borghese. Il film il premio Oscar nel 1973 per il Miglior Film Straniero (Francia). Buñuel commentò così la vittoria del suo Oscar: “Si trattava di un voto perfettamente democratico. Certo, il risultato è imprevedibile perché a votare sono 2.500 idioti, tra i quali c’è pure, per esempio, l’assistente figurinista dello studio, che ha diritto al voto come gli altri.” Sceneggiato da Luis Buñuel e Jean-Claude Carrière, Il fascino discreto della borghesia è interpretato da Jean-Pierre Cassel, Paul Frankeur, Fernando Rey, Michel Piccoli, Seyrig, Bulle Ogier, Stéphane Audran, François Maistre.
Trama
Due coniugi, la sorella di lei, un ambasciatore e un’altra coppia: sono i personaggi principali di questa “favola” con cui Buñuel, ormai anziano ma sempre col dente avvelenato contro le istituzioni e i miti del mondo borghese, satireggia la società del perbenismo ufficiale. L’elemento unificante della vicenda è il tentativo, sempre frustrato dai più imprevedibili intoppi, di consumare un pranzo in compagnia. Attorno a questo spunto, altre figure significative e una serie di avvenimenti collaterali danno vita a un quadro tanto elegante quanto “feroce”.

“Dopo Tristana che sfortunatamente, in Francia, fu presentato doppiato, tornai da Silberman per non lasciarlo più. Ritrovavo Parigi e il mio quartiere di Montparnasse, l’hôtel Aiglon, le mie finestre che davano sul cimitero, le mie colazioni di buon’ora a “La Coupole” o a “La Palette”, “La Closerie des Lilas”, le passeggiate giornaliere, le serate solitarie in cui quasi sempre durante le riprese di un film mi facevo da mangiare da solo. Mio figlio Jean-Louis vive a Parigi con la famiglia Lavorava spesso insieme con me. Ho già detto a proposito de L’angelo sterminatore quanto mi attirino le azioni e le parole che si ripetono. Stavamo cercando un pretesto per un’azione ripetitiva, quando Silberman ci raccontò quello che gli era appena successo. Aveva invitato a pranzo delle persone, un martedì per esempio, dimenticando di dirlo alla moglie e dimenticando che quel martedì doveva andare fuori a pranzo lui stesso. Gli invitati arrivarono verso le nove pieni di fiori. Silberman non c’era. Trovarono sua moglie in vestaglia all’oscuro di tutto, che aveva già mangiato e stava per andare a letto.
Questa scena diventò la prima de Il fascino discreto della borghesia. Bastava solo andare avanti, immaginare altre situazioni in cui, senza strapazzare troppo la verosimiglianza, un gruppo di amici cerca di pranzare insieme e non ci riesce. Il lavoro fu molto lungo. Abbiamo scritto cinque versioni diverse della sceneggiatura. Bisognava trovare un giusto equilibrio tra la realtà della situazione, che doveva essere logica e quotidiana, e l’accumularsi di ostacoli imprevisti, che però non dovevano mai sembrare fantastici o stravaganti. Ci venne in aiuto il sogno, e perfino il sogno nel sogno. Inoltre sono particolarmente felice di aver potuto dare in quel film la mia ricetta del martini dry.
Bellissimi ricordi della lavorazione: dato che nel film c’era quasi sempre di mezzo il cibo, gli attori, soprattutto Stéphane Audran, ci portavano sul set qualcosa da mangiare e da bere. Ci abituammo a fare una piccola pausa verso le cinque, durante la quale sparivamo tutti per una decina di minuti. Proprio con Il fascino discreto, girato a Parigi nel 1972, ho preso l’abitudine di lavorare con un impianto video. Invecchiando, non avevo più la stessa disinvoltura di una volta per regolare personalmente le varie ripetizioni, prove e simili alla macchiava da presa. Per cui andavo a sedermi davanti a un monitor che mi dava la stessa identica immagine della macchina da presa e correggevo l’inquadratura e i posti degli attori direttamente dalla poltrona. Tecnica che mi ha risparmiato molta fatica e perdita di tempo. Esiste un’abitudine surrealista del titolo per cui bisogna trovare una parola o un gruppo di parole imprviste che diano una nuova visione di un quadro o di un libro. Ho tentato varie volte di applicarla al cinema, in Un chien andalou e L’età dell’oro, naturalmente, ma anche nell’Angelo sterminatore.
Lavorando alla sceneggiatura, non avevamo mai pensato alla borghesia. L’ultima sera – al parador di Toledo, lo stesso giorno in cui mori De Gaulle – decidemmo di trovare un titolo. Uno di quelli che mi erano venuti in mente, sulla falsariga della Carmagnola, sonava: Abbasso Lenin, o La Vergine nella stalla. Un altro, semplicemente: Il fascino della borghesia. Carriere mi fece notare che mancava un aggettivo e tra mille scegliemmo discreto. Ci sembrava che con questo titolo, Il fascino discreto della borghesia, il film assumesse un’altra forma e quasi un’altra profondità. Lo si guardava in modo diverso. Un anno dopo, quando il film è nominated, e cioè selezionato per gli Oscar a Hollywood, e noi stiamo già lavorando su un altro progetto, quattro giornalisti messicani che conosco ci rintracciano e vengono a far colazione a El Paular. Mentre mangiamo mi fanno domande, prendono appunti. Naturalmente, scocca la domanda fatidica:
– Pensa di vincere l’Oscar, don Luis?
– Sì – rispondo con aria serissima – ne sono sicuro. Ho già pagato i venticinquemila dollari richiesti. Gli americani hanno dei difetti, ma mantengono sempre la parola. I messicani non ci vedono malizia. Quattro giorni dopo i giornali messicani annunciano che ho comperato l’Oscar per venticinquemila dollari. Scandalo a Los Angeles, un telex dietro l’altro. Silberman arriva a Parigi molto seccato e mi chiede cosa mi ha preso. Gli rispondo che si tratta di uno scherzo innocente. Dopo di che le acque si calmano. Passano tre settimane, il film vince l’Oscar, la qual cosa mi permette di riempire i dintorni ripetendo:
– Gli americani hanno dei difetti, ma mantengono la parola data.”
(Luis Buñuel, Dei miei sospiri estremi)
“La struttura narrativa de Il fascino discreto della borghesia si regge sull’incisiva e grottesca trovata del differimento a oltranza del consumo del pasto. I protagonisti si ritrovano costantemente alle prese con tavole imbandite, senza riuscire mai a mangiare. E ogni volta riallestiscono ricevimenti e banchetti che vanno sistematicamente a vuoto. In questo senso, Luis Buñuel coglie in pieno l’essenza tragicomica del capitalismo, laddove la circolazione furiosa delle merci si basa proprio sulla promessa di un godimento sempre a venire. Il nuovo prodotto renderà ancora più felice il consumatore che, ipnotizzato dal canto delle sirene del mercato, non smette mai di acquistare, continuamente alla ricerca di quell’illusoria idea di piacere millantata da chi trae smoderati profitti dalle vendite. Se questo è l’asse portante della messa in scena, ad arricchire enormemente l’insieme sono gli innesti onirici e surreali che il regista dissemina diffusamente durante lo sviluppo della trama, al fine di cortocircuitare, ridicolizzandola ancor di più, la falsa coscienza della borghesia. Tra una cena con il defunto, un aperitivo a base di Martini dry, la violazione delle leggi consentita dallo stato di privilegio, i tradimenti e la santa e buffa alleanza tra padroni, esercito e Chiesa, Buñuel mette alla berlina un’ideologia che non ha fondamento, laddove difetta di una dimensione teleologica. Magnifiche, allora, risultano le continue interruzioni della narrazione in cui si vedono i protagonisti marciare insieme su una strada senza inizio e fine, privi di provenienza e direzione. Un eterno presente che non diventa mai Storia. Uno stato di sospensione a tempo indeterminato in cui gli individui perdono la loro soggettività, ridotti ad anonimi e interscambiabili consumatori”.
(Luca Biscontini)







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