Che cosa resta di una relazione quando l’amore è regolato da un contratto? Cosa accade quando ci si sposa non per sentimento ma per volontà altrui come se si facesse parte di un esperimento? The Trunk, serie sudcoreana di Kim Kyu-tae, targata Netflix del 2024 e tratto dall’omonimo romanzo di Kim Ryeo-ryeong, non offre risposte semplici, al contrario fa del dubbio il motore di tutta la narrazione con una tensione emotiva che va crescendo di episodio in episodio.

Han Jeong-won (Gong Yoo), ricco produttore musicale con un traumatico passato e la misteriosa Noh In-ji (Seo Hyun-jin), dipendente della NM (New Marriage), sono i due protagonisti che accompagnano lo spettatore in un viaggio tutt’altro che semplice all’interno della vulnerabilità della psiche umana.
La new marriage offre un lussuoso servizio matrimoniale della durata di un anno con salate penali di recesso qualora uno dei due coniugi dovesse decidere di divorziare prima. Han Jeong-won viene iscritto al programma dalla ex moglie come condizione per ristabilire il loro rapporto, avendo lei fatto lo stesso, e poter provare a riconciliarsi alla fine dell’anno contrattuale.
La narrazione procede su due livelli paralleli: il presente, segnato da una calma apparente e rigide relazioni, e il passato che riaffiora lentamente attraverso dei flashback e piccole confessioni. La tensione narrativa non nasce dai colpi di scena ma dai piccoli cambiamenti emotivi dei protagonisti come sofferti scambi di sguardi, silenzi e parole dette a metà.
Questa serie viene presentata come un thriller psicologico, ma in realtà è più una lenta e sofferta analisi dell’animo umano.
La misteriosa Valigia che dà origine al titolo della serie in realtà viene mostrata solo per pochi secondi in momenti chiave della storia ed ha più un significato metaforico che narrativo, simbolo del passato che non si riesce a chiudere, contenitore di scomode e dolorose verità, oggetto di passaggio tra chi eravamo e chi siamo diventati.

Ambienti spettacolari e lussuosi ma minimalisti, giochi di luce che isolano i personaggi e i pochi movimenti di macchina sono i veri creatori della tensione narrativa. La splendida casa di Han Jeong-won è una vera e propria trappola emotiva, spaziosa ma vuota, moderna ma impersonale. La colonna sonora è usata con parsimonia ma in maniera intelligente, a tratti scompare del tutto lasciando spazio al rumore degli oggetti, ai passi sul pavimento, il vento tra le finestre, il rumore del cristallo del lampadario che è forse il terzo protagonista del racconto, più della valigia stessa. Tanto odiato da Han Jeong-won e utilizzato dalla sua ex moglie come strumento di manipolazione. I lunghi silenzi in assenza di colonna sonora accrescono la tensione e permettono allo spettatore di percepire il profondo malessere psichico e il tormento emotivo di Han Jeong-won e della sua ansia che non trova uno sfogo.
Anche la fotografia a toni freddi contribuisce a trasmettere si eleganza visiva ma anche questa profonda sensazione di costante disagio.
Gong Yoo è straordinario nell’interpretare Jeong-won. Il suo personaggio è emotivamente devastato, bloccato tra la nostalgia per una relazione tossica finita male e l’incapacità di aprirsi alla possibilità di un nuovo amore. Di poche parole, attraverso le espressioni visive e il linguaggio non verbale, Gong Yoo riesce a far percepire allo spettatore il grande dolore che Jeong-won si porta dietro come un bagaglio di cui non riesce a disfarsi. Sia la sua dolorosa infanzia che il suo disastroso matrimonio precedente non permettono a Jeong-won di elaborare e dimenticare per potersi concedere un po’ di pace e serenità. Riuscirà a rimettersi in gioco, con non poche difficoltà, solo dopo l’arrivo nella sua vita di Noh In-ji che riesce a vedere in lui quella scintilla di speranza nascosta agli altri, da innescare come una miccia per farlo uscire da quel doloroso torpore in cui si era chiuso da anni. Anche Seo Hyun-jin ci regala un’interpretazione spettacolare. Apparentemente calma e distaccata, lascia intravedere una dura sofferenza passata, la sua pazienza sembra quasi rassegnazione. Non cerca di piacere allo spettatore, non è quello il suo scopo, ma osserva e ascolta ciò che agli altri sfugge e usa ciò che riesce a carpire come uno strumento per far breccia nell’anima spezzata di Jeong-won.

Trunk non parla d’amore in senso romantico, al contrario lo spezza e lo analizza esponendolo ad una luce impietosa. Qui l’amore non è sentimento, ma contratto, aspettativa e manipolazione. Viene utilizzato per controllare il più debole e farlo piegare in maniera subdola al proprio volere.
Il tema del controllo è centrale, ogni personaggio cerca di gestire la propria vita come un sistema chiuso: In-ji vuole solo sopravvivere, Jeong-won vuole dimenticare e Seo-yeon vuole controllare e decidere ogni cosa.
Trunk può apparire una serie strana a chi si è approcciato da poco al cinema asiatico, ma la sua struttura elegante ed introversa, fatta da una narrazione più statica che ricca di colpi di scena, non deluderà chi vuole entrare nel vivo della cultura e dello stile di vita coreano, dove ancora oggi il confine tra super ricchi e poveri è ancora netto e ben definito. Dove chi può permettersi un garage pieno di Ferrari, una casa stupenda e lussuosi gioielli, non riesce a trovare un senso alla propria vita e non riesce ad essere grato di dove sia arrivato nonostante il suo doloroso retaggio.
Questa serie in definitiva è un’opera sofisticata e disturbante che merita una visione attenta e paziente. Non è per tutti, ma chi arriverà fino alla fine non ne rimarrà deluso, avrà vissuto un’esperienza visiva e meditativa potente e affascinante e ne uscirà cambiato.







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