Roberto Lasagna, scrittore e critico cinematografico, autore di numerosi libri che hanno approfondito e gettato nuova luce su registi come Kubrick, Lanthimos, Spielberg, von Trier e Cimino, l’ultimo dei quali è dedicato alle vite parallele di Jerry Lewis e Robin Williams, questa volta si dedica ad indagare il nuovo cinema cileno e lo fa, come sempre, unendo il dono della parola alata alla capacità di intuire, analizzare e mettere in parallelo la storia e l’arte che la rappresenta, descrivendone umori e aspirazioni. Un punto di vista quanto mai opportuno per quanto riguarda un paese dalla storia politica e sociale complessa e travagliata come il Cile.

“Vivere e Morire a Santiago”, disponibile sia in e-book che nella versione cartacea su Amazon, è una piccola e preziosa guida a un cinema vitale e innovativo in continua evoluzione, che risente fortemente di un afflato liberatorio e mira a dare voce a categorie sociali che non hanno mai avuto la possibilità di esprimersi.
Per spiegare questi fenomeni e dinamiche, la parola è data agli stessi cineasti (attori ed autori) cileni quali Alfredo Castro, Antonia Zegers, Amparo Noguera, intervistati dal critico, che raccontano il loro modo di fare cinema per la prima volta.
Pablo Larraìn e Sebastián Lelio registi rispettivamente di Ema e di Una Donna Fantastica, hanno notorietà interazionale e i loro lavori sono – talvolta letteralmente – esplosivi. Anche in questo senso, Vivere e Morire a Santiago si rivela essenziale per la comprensione del nuovo cinema cileno.

“Ema” di Pablo Larrain
Infatti, secondo l’analisi di Lasagna, “il cinema cileno aveva saputo spargere i suoi bagliori molto prima, grazie a figure di cineasti impegnati o singolari, maestri della narrazione politica o del rapporto complesso fra cinema e grande schermo”. Come dimenticare Raoul Ruiz, Alejandro Jodorowsky, Miguel Littìn?
La storia del Cile è intimamente connessa alla sua produzione artistica. Il colpo di Stato di Pinochet aveva fatto tabula rasa della settima arte, i film erano stati bruciati e non metaforicamente. Dopo la morte di Allende era stata instaurata una dittatura militare e i migliori cineasti cileni, nel frattempo fuggiti all’estero, iniziavano a farsi conoscere a livello internazionale. Grazie al documentarista Patricio Guzman il mondo è venuto a conoscenza di quello che stava accadendo In Cile. L’inquietante Post Mortem di Pablo Larrain racconta una tremenda verità, vent’anni dopo, che la politica aveva nascosto e mistificato.

Il critico analizza il cinema cileno nella sua evoluzione a partire dagli anni sessanta, notando come i cambiamenti espressivi dei cineasti continuino ad essere il polso del paese, a rappresentarne le mutazioni. Se prima il problema era politico e parlava il linguaggio della violenza (Tony Manero) il Cile di oggi appare frastornato, forse sfrontato, ancora rabbioso, e il sesso prende il posto della brutalità (Ema). Gloria e il successivo Gloria Bell sempre di Sebastian Lelio sono esemplificativi di una condizione femminile che oramai non può più rimanere uguale a sé stessa, ha bisogno di evolversi.
L’ultima parte del libro è dedicata, con la collaborazione della critica cinematografica Benedetta Pallavidino, alle interviste a Castro, Zegers e Noguera.
Roberto Lasagna tesse una trama all’interno della quale poter collocare una cinematografia che difficilmente passa inosservata, mostrandocene la genesi, la storia, l’evoluzione, permettendo la conoscenza della storia di un paese che non si arrende mai al silenzio, pur nella sofferenza, e ha bisogno di raccontare la verità, talvolta anche gridandola. Un cinema, quello cileno, che vale assolutamente la pena conoscere per la sua originalità e forza espressiva, esempio di come l’arte sia impossibile da estinguere anche nelle condizioni più avverse, in quanto esigenza primaria di un’anima non addomesticata. Vivere e Morire a Santiago è il mezzo migliore per intraprendere questo viaggio di consapevolezza.







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