Con Il sospetto (Suspicion, 1941), prodotto dalla RKO e prima di quattro collaborazioni tra Cary Grant e Alfred Hitchcock, il regista trae dal romanzo “Before the fact” di Francis Iles (1932) il suo secondo film americano dopo Rebecca, la prima moglie (Rebecca, 1940). Caratterizzato da una narrazione spesso ambivalente ed equivoca (da qui molto del fascino del film) che si interroga avvincendo lo spettatore attorno ai rischi sempre insiti nella condizione dell’innamoramento, Il sospetto è un film in cui il dramma di sentirsi intrappolati in un misterioso e a tratti indecifrabile vortice sentimentale assume toni inquietanti. Il sospetto è nella mente della timida Lina (Joan Fontaine) che si innamora di Johnnie – all’inizio quasi per sollevazione contro i consigli dei suoi famigliari – playboy con il volto strafottente e il temperamento irresistibile di Cary Grant.

In ciascuno dei film in cui Hitchcock e l’attore lavoreranno insieme, il cineasta si adopererà per restituire all’interprete una dimensione non tipicamente da commedia reinterpretandone le caratteristiche divistiche, sottolineandone i tratti di ambiguità ovvero l’incerta percezione del suo personaggio, come in questo caso o in Notorius – L’amante perduta, successivamente trasformandolo addirittura in un ex-ladro prestatosi alla causa della Resistenza (Caccia al ladro), fino alla raffigurazione del self made man che resta imbrigliato nella frenesia del grande complotto (Intrigo internazionale). Grant attore prediletto che, come James Stewart, interpreterà quattro dei migliori film del regista inglese.
Ne Il sospetto la felicità iniziale della coppia s’incrina non appena Lina scopre, una dopo l’altra, le menzogne raccontate senza ritegno da Johnnie, giocatore incallito e poco propenso alle responsabilità familiari. Numerose altre rivelazioni sulla vita del marito conducono Lina al terribile sospetto che Johnnie voglia ucciderla e l’amore si tradurrà per lei nell’ossessione di essersi fidata della persona sbagliata. Il fantasma dell’inganno è inseguito in perfetto stile poliziesco, tanto che il film può essere vissuto come un attraversamento nella percezione di Lina, cioè un’esperienza totalmente soggettiva che consente di calarsi nei sospetti della donna, nell’incertezza e nel sospetto crescenti che portano alla tensione stemperata soltanto da alcune note di humour british. Il film si propone come un resoconto coinvolgente e ansiogeno sulla fede e le speranze da investire nell’altro quando l’amore si prospetta come il relazionarsi in un cammino nebuloso e denso di incognite. Il sospetto ci mostra la peculiarità del cinema di Hitchcock come maestria artificiosa e invito alla consapevolezza, in una tensione che nel cineasta significa suspense, per le informazioni dello spettatore sul destino del personaggio e le atmosfere che evocano la dimensione della trappola, fisica e mentale, da cui, come nel cinema più celebrato del cineasta (da Notorius a La donna che visse due volte) ma anche in titoli meno frequentati (Il ladro), occorre liberarsi e superare gli inganni e i travestimenti di chi affianca i protagonisti. Memorabile la sequenza in cui Johnnie sale le scale per portare il bicchiere di latte a Lina a letto: un lampo surrealista che anticipa Io ti salverò (Spellbound, 1945) e l’ambiguità, situazionale e non di meno storico-sociale, di Notorius-L’amante perduta. La luce bianca del bicchiere viene da dentro: fu volutamente illuminata con una lampadina interna, per sottolineare l’invadenza della condizione di incubo vissuta dalla smarrita e sempre più rassegnata protagonista.
Hitchcock non poté fare del personaggio interpretato da Cary Grant un assassino come nel romanzo e tutta la vicenda è costellata dai dubbi sulla presunta consapevolezza del protagonista.







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