François Ozon e il suo spirito anticonformista.
La critica con il tempo ha sottolineato l’attitudine di François Ozon a mescolare generi e linguaggi, ma i suoi film continuano a sperimentare attraverso una ricerca che non rinnega l’originario spirito anticonformista.
L’audacia si rispecchia nei temi e nella rincorsa dei generi, con l’attitudine a cambiare registro in una visione in cui si ritrovano la sessualità, l’ambiguità, l’identità, il dolore, ma anche attimi di ironia o di orrore. La percezione che sovente si ha del film di Ozon origina dalla particolare natura concettuale e visiva, dove ciò che si racconta non sottostà al rigido dettato di una traiettoria lineare, perché la realtà che interessa all’autore cova sotto l’apparenza, sotto le polveri (sabbie o foglie) del tempo e delle convenzioni, verso quella complessità dei sentimenti che lo porta ad affrontare la consapevolezza di un’impossibile ricerca della felicità e l’elaborazione del lutto. In Ozon ciò che è personale è politico e l’autore affianca alla sua visione intima l’esplorazione non rassicurante di tematiche (l’abuso dei minori, l’eutanasia)
che conferma la sua predilezione per dimensioni profonde, anche quando i toni si fanno lievi ma non per questo superficiali. Dalla prima vera affermazione con il dramma della protagonista di Sotto la sabbia (2000), l’autore di estrazione borghese afferma di conoscere il suo mondo e di voler proporre con sottile intellettualismo uno sguardo che sa portarsi verso quella temperatura di abbandono e solitudine che attanaglia il vissuto dell’affascinante protagonista Charlotte Rampling, protagonista di una tormentata esperienza di perdita.

Vivere diventa anche sopravvivere alle ombre e alle tracce di vissuti amorosi che contemplano una meditazione sul lutto, che nel cinema di Ozon ritorna sotto molteplici forme, in una poetica in cui il distacco e la morte assumono tinte personali, anche quando prendono dichiaratamente avvio da quei riferimenti fassbinderiani che gli permettono di esplicitare la fondamentale adesione a un immaginario queer. Il cinema diventa specchio del nostro bisogno di attraversare la soglia del quieto vivere con le complessità emotive e le relazioni familiari, ma la grande attrattiva di Ozon sulla critica e sul pubblico che premia i suoi film è motivata dalla capacità di sondare vite e personaggi spesso snobbati dal cinema. Come è stato in grado di testimoniare anche un suo recente lungometraggio (il ventitreesimo), Sotto le foglie (2024), dove gli echi chabroliani e le atmosfere dei romanzi di Agatha Cristie e Georges Simenon hanno conquistato il pubblico e la critica offrendo una riflessione con punte di fulminante ironia su un’altra età della vita, dopo la giovinezza inquieta di Estate ’85 (2020) o Giovane e bella (2013), quella di donne anziane che non hanno messo da parte il desiderio e la vitalità, a dispetto di regole sociali e consuetudini che Ozon continua a dileggiare con raffinata crudeltà.
Il film è tratto da una delle opere letterarie francesi più lette di sempre:“L’étranger” di Albert Camus
Disponibile on line Lo straniero di Luchino Visconti, con Marcello Mastroianni e Anna Karina
Un peregrinare inquieto nonché straordinariamente colto e stimolante, che a un certo punto conduce l’autore a cimentarsi con una delle opere letterarie francesi più lette di sempre, “L’étranger” di Albert Camus, capolavoro esistenzialista che aveva già messo alla prova Luchino Visconti con Marcello Mastroianni come protagonista.Un testo, tra i più complessi del Novecento, sicuramente arduo da trasporre in immagini, a cui Ozon si avvicina con rispetto e spirito libero, lasciando aleggiare una prospettiva che filtra i primi anni ’40 in Algeria attraverso uno sguardo maggiormente contemporaneo. Come sappiamo, il rapporto con la morte riguarda nel profondo i personaggi del cinema di Ozon, ma il personaggio di Meursault (Benjamin Voisin), per nulla conforme alle norme della società civile, ne Lo straniero (2025), è come una deviazione sintomatica del suo universo poetico, un modesto impiegato trentenne che vive nell’Algeri occupata del 1938 in cui gli arabi e i francesi non condividono eguali diritti, e partecipa con distacco alla veglia e al funerale della madre (non versa una lacrima e non mostra alcuna emozione). Il giorno dopo è in un altro luogo familiare all’universo del cineasta, il mare, che il tranquillo impiegato fa l’incontro con la bella Marie (Rebecca Marder), una vecchia collega con cui inizia una relazione occasionale, ma non è un sentimento da cui si lascia travolgere, mentre lo trascinano quasi passivamente i traffici poco raccomandabili del suo manesco vicino di casa. E proprio durante una gita al mare, Meursault commette un gesto tragico, spara cinque copi di pistola contro un arabo che aveva minacciato l’amico. Lo straniero, nel 1942 del romanzo di Camus, era il diverso, il dissidente, il nemico di uno stato colonialista, ma questa diffidenza che diventa indifferenza Ozon ce la riporta nel suo impianto di grande eleganza formale, osando la sua sfida nel ritratto di questo protagonista segnato da un’apatia così estrema che precisa come lo straniero non è l’uomo arabo che Meursault uccide a sangue freddo, senza un reale motivo, ma è invece il protagonista medesimo, estraneo rispetto a se stesso e a tutto quanto lo circonda: i legami, le convenzioni sociali, gli amori, persino la morte della madre. Straniero Meursault lo è anche nei confronti dei sentimenti che ci aspetterebbe da lui. La completa indifferenza che attraversa la vita del protagonista crea un horror interiore che rende impossibili veri rapporti con gli altri personaggi, a cominciare da Marie, sensuale e desiderata fisicamente ma nei cui riguardi a Meursault sembra inutile pronunciare la fatidica espressione “ti amo”.

A Ozon interessa riportarsi negli anni dei diritti sociali iniqui, calare il suo sguardo investigante in un’epoca in cui l’indifferenza può apparire una provocazione ma invece è una diagnosi di cui ritrova i segni malati nell’attualità delle circostanze. Lo aiuta in questo un grande lavoro di sottrazione del personaggio di Meursault ottenuto con l’ottimo Benjamin Voisin, svuotato da ogni possibile emotività, irritante e al contempo attraente, imputato per non essere stato un bravo figlio e non aver pianto al funerale della madre, mentre l’uccisione dell’arabo passa in secondo piano. Il mondo (contemporaneo) razzista, indifferente, straniero a se stesso, è lo scenario dove Ozon, film dopo film, ci sensibilizza nel proposito di non farci sentire stranieri, ma cittadini, volgendo la sua sensibilità sui conflitti interiori o emozioni non elaborate dove la noia, l’apatia, i comportamenti impulsivi e irrazionali la fanno da padrone. Non a caso, per i titoli di coda di questo suo ultimo film, Ozon sceglie le note di Killing an arab dei Cure, testo punk scritto da un Robert Smith adolescente, quando aveva appena letto Camus.
Un poema, a suo modo, censurato e spesso frainteso, accusato di razzismo, cui il cineasta restituisce la cornice originaria, intrecciandola all’indifferenza di oggi. Come spesso accade, è il dialogo aperto con il classico a rinnovare il coinvolgimento dello spettatore.






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