Teatrale, intrigante, provocatorio. Insieme ai Beatles e ad Elvis Presley ha rotto tutti gli stilemi musicali ridefinendo i confini della musica pop. Il 10 gennaio del 2016, due giorni dopo aver compiuto 69 anni, ci lasciava David Bowie, conosciuto anche come Ziggy Stardust, Aladin Sane, il Duca Bianco. L’epoca dei personaggi era tuttavia finita perché, una volta ritiratosi dalle scene (con svariati ripensamenti e improvvisi colpi di scena, com’era suo stile) cessava la ragion d’essere delle sue tante identità sul palco. Com’ebbe lui stesso a dire, “Io non sono una rockstar, sono un attore“.

Del suo talento compositivo, della particolarità della sua voce, del suo essere un influencer ante-litteram capace di orientare e condizionare lo stile di vita della società si è già detto molto. Forse non tutto, ma fiumi di parole sono stati spesi per cercare di definire e indagare questo londinese anticonformista e anticipatore dei tempi e delle mode. Il modo in cui InsideTheShow vorrebbe ricordarlo è ripercorrendo la sua liaison con il cinema. Era nato attore, e come tutti gli attori era rimasto abbacinato dalla possibilità di avere mille identità diverse, spesso dimenticando quella reale. Lui, che aveva imparato a muoversi sul palco da Lindsay Kemp, non aveva bisogno dell’Actor Sudio per essere un teatrante di razza. La sua primissima volta davanti alla macchina da presa risale al 1969, in una oscura e dimenticata commedia del drammaturgo John Dexter, “The Virgin Soldier“. Il debutto vero, tuttavia, arrivò sette anni più tardi con un film ipnotico come L’Uomo che Cadde sulla Terra, di Nicolas Roeg. La decisione di Roeg di scegliere Bowie come protagonista per il ruolo di un alieno che arriva sulla Terra cercando la sopravvivenza, è l’espediente alla Montesquieu che permette al regista di dipingere un affresco poco edificante della società umana. E David è sublime nella sua capacità di creare un personaggio dalla purezza incontaminata, schivo e solitario, pervaso da una malinconia infinita e incapace di difendersi dal male. Il film fu una sorpresa alla sua uscita, e sicuramente gran parte del riscontro che ebbe allora – e continua ad avere tra i cinefili – era merito del suo protagonista. Oggi per quel ruolo, in cui riusciva a conferire all’alieno (erano i tempi di Ziggy Stardust) una straordinaria caratura e complessità, probabilmente sarebbe stato candidato all’Oscar.

Una scena del film di Nicolas Roeg “L’uomo che cadde sulla terra”
Del 1978 è invece Gigolò, diretto dall’attore di Blow-Up, David Hemmings. Ambientato nella Berlino del dopoguerra, fu un flop assoluto, nonostante la buona performance di Bowie, offuscata dai continui e confusi rimontaggi. David dichiarò di avere accettato la parte solo perché nel cast compariva Marlene Dietrich, che lui avrebbe voluto conoscere. In realtà i due non si incontrarono mai, e i campi e controcampi fuorono creati solo in post produzione.
L’incontro con il regista Tony Scott produsse invece un film di grande successo, Miriam si sveglia a mezzanotte, in cui recita al fianco di Catherine Deneuve e Susan Sarandon. Elegante e sensuale, immerso nelle atmosfere torbide del mito del vampiro, David gareggia in bravura con le altre due protagoniste. Come tutti i veri attori riesce a trovare corde nel labirinto interiore della sua personalità: il dramma del suo personaggio raffinato e dandy è legato alla condanna ad un invecchiamento improvviso nonostante la promessa dell’eterna giovinezza. E il mistero del tempo che passa è sempre stato un luogo tormentato della sua mente. In un’intervista ebbe a dire “Invecchiando ho l’impressione di essermi avvicinato alla fine di una corsa per raggiungere me stesso“.

David Bowie e Catherine Deneuve in “Miriam si sveglia a mezzanotte”, di Tony Scott
Collaborò con i migliori registi, da Martin Scorsese a David Lynch, da John Landis a Nagisa Oshima. Con l’autore de L’Impero dei Sensi nel 1983 fu protagonista di Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence), film drammatico e carico di sottotesti tipicamente giapponesi, ambientato in un campo di prigionia a Java nel 1942. Il prigioniero Bowie diventa oggetto del desiderio da parte del comandante del campo, Yonoi, che nega e reprime il sentimento infierendo fino alla tortura sul giovane ufficiale britannico. David regge sulle sue spalle la complessità dell’intero film, che indaga a fondo i temi dell’omosessualità, del rapporto vittima-carnefice e dello scontro tra la cultura occidentale e quella orientale. La regia si avvale di una dilatazione temporale ottenuta dal susseguirsi di riprese della stessa scena da angolature diverse. Memorabile quella in cui il maggiore inglese, in un atto di sfida e accusa, bacia l’ufficiale giapponese in un attimo che dura un’eternità. Infine il film ha prodotto una delle più belle colonne sonore del cinema, composta da Ryuichi Sakamoto (che nel film interpreta il comandante del campo di prigionia).

David Bowie in “Furyo”, del 1983, diretto da Nagisa Oshima
Dopo Labyrinth – Dove tutto è possibile di Jim Henson, del 1986, l’ottimo fantasy in cui si cala nei panni del fascinoso re degli gnomi, la sua ricca storia d’amore con il cinema prosegue con continue partecipazioni. D’altra parte la sua presenza sul set è così autorevole, misteriosa e ricca di charme da prestarsi a numerosi ruoli. Tra i tanti appare in Fucoco cammina con me, diretto nel 1992 da David Lynch, in cui interpreta l’onirico agente Phillip Jeffries, e in Basquiat del 1986, di Julian Schnabel, dove è convincente e credibile persino nei panni di Andy Wharol.
Per ricordalo con amore infinito e dolore per la sua perdita, vogliamo offrire una piccola perla: la sua interpretazione di Ponzio Pilato nel film L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, del 1988.






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