
Disponibile su RaiPlay A cavallo della tigre, un film del 1961, diretto da Luigi Comencini. Prodotto da Alfredo Bini, sceneggiato da Luigi Comencini, Age & Scarpelli e Mario Monicelli, con la fotografia di Aldo Scavarda, il montaggio di Nino Baragli, i costumi di Piero Tosi e le musiche di Piero Umiliani, A cavallo della tigre è interpretato da Nino Manfredi, Mario Adorf, Gian Maria Volonté, Raymond Bussières, Valeria Moriconi. Del film è stato girato un remake nel 2002, intitolato sempre A cavallo della tigre, diretto da Carlo Mazzacurati.
Trama
Giacinto Rossi è detenuto per simulazione di reato. Viene trasferito in una cella nella quale altri tre detenuti stanno preparando un tentativo di evasione. Nonostante non voglia partecipare all’impresa, dal momento che deve scontare solo pochi mesi di carcere, Giacinto viene costretto dai compagni di cella a seguirli. La fuga riesce e, dopo alterne vicende, Giacinto ed uno dei tre si rifugiano su una nave in demolizione. Sperano di emigrare clandestinamente, ma per questo servono dei quattrini. Giacinto raggiunge la moglie ma scopre che convive con un altro uomo. Questi convince Giacinto che la cosa migliore da fare è ritornare in prigione. Oltretutto, così facendo, l’uomo intascherebbe la taglia di due milioni che pende sul capo dei due pregiudicati.

(Di seguito riportiamo l’articolo di Goffredo Fofi apparso su Internazionale il 24 Agosto 2016).
Nella grande famiglia dei “film maledetti” che alla loro uscita non godettero del consenso del pubblico e nemmeno di quello della critica, A cavallo della tigre rappresenta un caso insolito e su cui riflettere. Lo realizzarono nel 1961, mettendoci i loro soldi, nel pieno del miracolo economico, al tempo de La Dolce vita, di Tutti a casa, de Il sorpasso, de L’avventura, de Il posto, di Accattone, gli autori stessi della sceneggiatura con l’aiuto di un giovane produttore, Alfredo Bini. Comencini (anche regista), Monicelli, Age e Scarpelli erano quattro giganti della commedia all’italiana, ma il film non piacque allora quasi a nessuno, e sono pochi quelli che lo videro.
E invece è un piccolo capolavoro che racconta con disinvolto rifiuto delle convenzioni, ma rifacendosi un po’ a I soliti ignoti e un po’ a Il buco di Jacques Becker (bellissima storia di un’evasione dal carcere e del suo fallimento), un’Italia marginale e scombinata, a malapena sfiorata dal boom, piena di personaggi bizzarri e però vivi e veri, della parte di un popolo che non sa di esser tale e dentro una storia che non sembra riguardarlo. I protagonisti principali sono un Nino Manfredi, truffaldino incapace, perfetto nelle sue fallimentari e confuse aspirazioni piccolo-borghesi, e Mario Adorf, sanguigno e contraddittorio sottoproletario, un assassino capace del peggio e del buono, con una morale diversa ma altrettanto confusa. Sono con loro, nella fuga, a far da contorno, un intellettualino citazionista (Gian Maria Volonté alle sue prime prove in cinema) che è in carcere per aver cercato di ammazzare la moglie traditrice e “il Sorcio”, un gregario senza qualità (Raymond Bussières, presente per ragioni di coproduzione).

Giacinto Rossi, cioè Manfredi, partecipa all’evasione costretto dalle circostanze e non per convinzione, ché anzi ha cercato inutilmente di fare la spia, per poter uscire prima dal carcere e rivedere moglie e figli. La sua morale è malcerta e retorica, come quella degli altri e, si direbbe, anche dei carcerieri e delle persone tutte che incontrano nella fuga. Per definirla, Age e Scarpelli inventano qui quel linguaggio che diventerà basilare in tanti altri loro film, la lingua dei sottoproletari o proletari che cercano di parlare come si parla alla televisione o nei fotoromanzi, ricavandone effetti comici e definizioni sociali (Straziami ma di baci saziami, Dramma della gelosia).
Di episodio in episodio, prima dentro il carcere e poi in un paesaggio che ha cominciato a perdere d’identità, girovagando intorno a Civitavecchia, i quattro evasi si lasciano e si ritrovano dentro un altro tipo di carcere, da cui davvero non possono evadere. La loro indefinitezza e inadattabilità morale e sociale li porta al peggio e al meglio. E Giacinto, saputo della taglia che sta sulla loro testa di evasi, si fa denunciare dalla moglie ritrovata e dal suo nuovo uomo, per aiutarli nella sopravvivenza loro e dei suoi figli. Probabilmente è stata questa ambiguità ad aver determinato l’insuccesso del film, in un anno in cui l’economia andava forte e il progresso si scatenava. Era un’ambiguità troppo grande rispetto a quella dei Gassman del Sorpasso, dei Sordi di Una vita difficile, “cattivi” simpatici ma che il film giudica e punisce o “buoni” riscattati dai loro cedimenti e viltà da una nuova verginità sociale, “di sinistra”.
Piccola epopea sottoproletaria, e infine, a vederla oggi, quasi una fiaba senza tempo, A cavallo della tigre è un piccolo capolavoro che merita visioni e discussioni. La casa di produzione dei quattro grandi della commedia all’italiana avrebbe dovuto produrre, dopo A cavallo della tigre, L’armata Brancaleone, che potrà vedere la luce solo cinque anni dopo, e che avrà un successo clamoroso. Sia detto infine per inciso: i quattro autori venivano tutti e quattro, a quanto ricordo, da una tradizione socialista un po’ ottocentesca e non si muovevano in area comunista.







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