
Sono trascorsi più di trent’anni da quando Gianfranco Pannone ha iniziato la sua attività di cineasta, indagando con solerzia e acutezza la Storia del nostro paese, nel tentativo di illuminare quelle zone d’ombra senza le quali la visione del passato comune avrebbe rischiato di essere privata di alcuni importanti tasselli. Se si pensa alla sua opera il primo aggettivo che viene in mente è “resistente”, laddove da sempre lo sguardo è rivolto verso quelle realtà che, a torto, si ritengono al giorno d’oggi praticamente estinte, mentre, seppur in forma forse minoritaria rispetto all’omologazione imperante, insistono, costituendo una sorta di nocciolo duro ontologico a partire da cui prende corpo l’essenza del nostro popolo. La bellezza della sua ricerca consiste, innanzitutto è per lo più, nell’aver narrato la storia nazionale a partire dal basso: “la piccola storia”, come lo stesso regista la definisce, quella, per intenderci, non scritta sui manuali ma incisa nelle menti e sui corpi di chi l’ha vissuta, emerge in tutta la sua urgenza, ponendosi in un fruttuoso rapporto dialettico con la “grande storia”, quella ufficiale, producendo un decisivo arricchimento dal punto di vista dei contenuti e, soprattutto, della comprensione.
Pannone non ha mai smesso di legare in maniera proficua i territori e gli individui che li abitano, con il risultato di dare voce a chi non l’aveva, recuperando in tal modo una serie ricchissima di differenze antropologiche considerate erroneamente perdute. È come se al tempo cronologico, quello della rappresentazione e dell’ordine simbolico in cui siamo inseriti, il regista giustapponesse un “altro tempo”, che si potrebbe definire “durata”, mutuando il gergo di Henry Bergson, in direzione di un vitalismo che riattiva significativamente ciò che è troppo grande e complesso per congelarsi in una narrazione univoca. Se si guarda alla sua consistente filmografia, si nota la ferma volontà di raccontare “varie Italie”, poiché la frammentazione territoriale che ha da sempre contrassegnato il nostro paese è un elemento imprescindibile per capirne le contraddizioni, i conflitti e le diseguaglianze. È un errore credere che la globalizzazione abbia compiuto una definitiva “colonizzazione”, perché le diversità, invece, sussistono, incarnando un ventaglio di realtà che sarebbe imperdonabile rifiutarsi di vedere.

Sky Arte l’11 e il 18 Aprile alle 21 trasmetterà gli ultimi due lavori del regista, Lascia stare i santi e Scherzi con i fanti, un dittico in cui Pannone indaga la persistenza del legame tra i territori e le tradizioni religiose e antropologiche e la storia recente del nostro paese, in particolare i conflitti che lo hanno attraversato durante lo scorso secolo.
Lascia stare i santi è un viaggio in Italia lungo un secolo nella devozione religiosa popolare. Santi antichi e più recenti, madonne bianche e nere, processioni devozionali. Sono espressioni di un bisogno di sacro in apparenza molto lontano da noi, ma che così lontano non è. Ancora oggi, specie nel Sud Italia, con “isole” anche al Nord, la fede popolare è un fatto concreto, che trova la sua massima espressione nel canto, nella musica. E i suoni proposti in questo film da Ambrogio Sparagna ne sono una chiara testimonianza. Il prezioso repertorio dell’Archivio Luce, composto di documentari e cinegiornali d’epoca, asseconda questo viaggio nel mondo della religione popolare, che Gianfranco Pannone, con sguardo laico, rimescola in un percorso emozionale tra passato e presente. Le immagini religiose di oggi assumono un posto di rilievo in quest’epoca che non sembra più anelare al sacro, ma di cui nel profondo la gente sente ancora il bisogno, in Veneto come in Sicilia, nel Lazio come in Puglia. E le voci di alcuni intellettuali sono lì a ricordarcelo: da Silone a Pasolini, da Scotellaro a Soldati, fino a Gramsci.

Scherza con i fanti vuole essere un viaggio tragicomico nella recente storia d’Italia, e insieme un canto per la pace. Ma soprattutto si propone con un percorso lungo più di cent’anni, dall’Unità d’Italia ad oggi, per scandagliare il difficile, sofferto e anche ironico rapporto del popolo con il mondo militare, e con il potere. Tutto questo, attraverso alcuni meravigliosi canti popolari, e quattro diari di guerra; quelli di: un soldato lombardo del Regio Esercito di stanza a Pontelandolfo, in Campania, dove fu tra i protagonisti dell’eccidio di civili più cruento all’indomani dell’Unità d’Italia; un autista viterbese del Regio Esercito, che nel 1935 andò a combattere in Etiopia, convinto del primato fascista, e che invece scoprì la realtà dei gas ai danni della popolazione locale. Il terzo diario è quello di una giovane donna borghese, che divenne partigiana sulle montagne tra Parma e La Spezia e che combatté due guerre, la prima contro i nazifascisti e la seconda, forse la più difficile, contro gli uomini. Infine un sergente napoletano della Marina militare, oggi quarantenne, che ha prestato servizio nelle missioni di pace internazionali e che in Kosovo ha scritto un diario ricco di umanità. I diari si intrecciano con i canti e le musiche popolari di gioia e di dolore scelti, e talvolta composti, da un maestro come Ambrogio Sparagna; e con il prezioso repertorio di memoria dell’Archivio storico Luce, che a sua volta si interfaccia con le immagini di oggi, attraverso quel paesaggio italiano nella cui varietà spiccano i sacrari militari e i cimiteri, dove riposano migliaia di soldati italiani e stranieri. Non ultima, la testimonianza di un grande intellettuale, Ferruccio Parazzoli, che il destino ha voluto abitasse su quel Piazzale Loreto da lui “cantato” nei suoi romanzi. E le note della commovente San Lorenzo di Francesco De Gregori, scandita sulle immagini Luce, tra distruzione di una città e immagini di una nuova speranza di ricostruzione e convivenza nella pace.

Ambrogio Sparagna e Gianfranco Pannone






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