Ottima prova d’attore per Riccardo Scamarcio, malavitoso calabrese all’ombra della Madunina. Anzi, di fronte alla Madunina, visto che all’apice della sua carriera di ladro, assassino, spacciatore e tutto quant’altro vi viene in mente riesce a comprarsi un lussuoso loft nel centro di Milano, con terrazza con vista sulle guglie del Duomo a due palmi da naso.
Stiamo parlando di Lo Spietato, uscito al cinema l’8, 9 e 10 aprile e ora in programmazione su Netflix. La regia è di Renato De Maria, qui alla sua seconda volta con Scamarcio dopo La Prima Linea.

Scamarcio è Santo Russo, ragazzo calabrese che arriva a Milano con la famiglia, e subito s’inventa un’identità tutta meneghina, costruita principalmente dalla maschera del linguaggio: espressioni milanesi e un’immediata condivisione dello spirito yuppie degli anni ottanta. “Io sono calabrese solo quando dormo”, dirà all’amico Slim (Alesssio Praticò) conosciuto in riformatorio e con il quale condividerà la sua carriera criminale. Sono gli anni della ‘Ndrangheta nel capoluogo lombardo, dei chili di cocaina portati dai siciliani. Ma per Santo sono soprattutto gli anni di un riscatto personale che passa attraverso le camicie di Armani e le Lamborghini, a qualunque costo, anche quello di arrivare all’omicidio seriale senza pentimenti, perché così doveva essere e non c’era altro modo.
Il primo omicidio (o “miracolo”, come lo chiamano gli affiliati) è quello del boss Spadafora, reo di non avergli portato rispetto e di avere picchiato il fratello più piccolo per un debito di gioco. Il dado è stato tratto, e nessun ostacolo sarà in grado di fermare la sua ascesa. Finito in carcere per una rapina, uscirà nel 1981 con un percorso di vita criminale ormai già disegnato davanti a lui.
Certo il film, oltre ad essere ispirato al libro “Manager Calibro 9” di Luca Fazzo e Piero Calaprico, ricostruzione della storia del primo pentito della ‘Ndrangheta, nelle intenzioni del regista vuol essere un omaggio ai poliziotteschi degli anni settanta. D’altra parte De Maria aveva appena finito di girare il documentario Italian Gangsters e aveva ancora negli occhi le immagini dei cult di Mario Bava e dei B-Movies di Umberto Lenzi, Ruggero Deodato e Fernando di Leo.
Ma Lo Spietato deve anche molto alla commedia italiana di qualità. La felice commistione tra toni drammatici e comedy trova in quest’ultima una vena irresistibile che fa tornare alla mente l’ironia da spaccato antropologico di grandi film sceneggiati da Age & Scarpelli. Nessuna confusione, per carità, stiamo parlando di un film di genere, una gangster story alla Goodfellas, o per rimanere a casa nostra, che ci rimanda a Vallanzasca – Gli Angeli del Male. Un racconto di delitti e malavita che ripercorre l’efferata cronaca italiana del tempo, ma il tutto è affrontato con leggerezza scandita da un ritmo incalzante.
Merito di Valentina Strada e Federico Gnesini, che con il regista hanno firmato la sceneggiatura, ma anche di un Riccardo Scamarcio assoluto protagonista del film, che riesce a trovare il registro perfetto per vestire i panni di Santo Russo, emigrante calabrese che sognava di arrivare a toccare la Madonnina d’oro del Duomo. Mascalzone e un po’ sbruffone, Scamarcio conferisce al personaggio naturalezza e credibilità, e le espressioni del suo volto sono parte rilevante dei dialoghi. Spietato e affascinante, ammicca alla macchina da presa e sa trovare toni tragjcomici agevolati da un montaggio che gioca anche sull’inserzione di scatti fotografici.
Raccontato dalla voce fuori campo del protagonista, che da pentito ripercorre in un lungo flashback la sua avventura criminale, il film parte con spigliata leggerezza per svilupparsi in un crescendo drammatico: tra Corsico e Buccinasco la parabola in crescendo di un rapinatore, ladro d’auto, rapitore, assassino e infine imprenditore palazzinaro nel giro di appalti e subappalti. La storia di Santo Russo, con un macigno al posto del cuore e che ama le donne, i vestiti eleganti e le belle macchine, è anche il pretesto per l’ironia tagliente su atmosfere e cliché attraverso una ricostruzione dettagliata degli anni ottanta. Anche e soprattutto di quella “Milano bene” che si abbevera d’arte e che poi confonde il pestaggio a sangue dell’artista nudo con una performance contemporanea, applauditissima dal solotto di intellettuali.
La colonna sonora fa il resto, contestualuazzindo la ricostruzione delle atmosfere con brani di quegli anni e con le musiche di Riccardo Sinigallia.
Diviso comme d’habitude (tanto per utilizzare, come nel film, il francese quando “fa fine”) tra due donne, la moglie Mariangela (Sara Serraiocco) e l’amante Annabelle (Marie-Ange Casta), Santo vive nel femminile la schizofrenia tra il suo imprinting calabrese e la sua parodia del milanese arrivato.
Solo per un attimo ci sembra di intravedere un barlume di pietà e un sentimento che assomiglia al rimorso nella parabola delittuosa di Santo, e come spesso accade nelle biografia di mafiosi e camorristi sarà proprio quello spiraglio di luce a decretarne la sconfitta.
- DATA USCITA:
- GENERE: Drammatico
- ANNO: 2019
- REGIA: Renato De Maria
- CAST: Riccardo Scamarcio, Sara Serraiocco, Marie-Ange Casta, Alessio Praticò, Alessandro Tedeschi
- PAESE: Italia
- DURATA: 107 Min
- DISTRIBUZIONE: Netflix






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