Gli anni Ottanta di Clint Eastwood iniziano con Bronco Billy (id., 1980), la settima regia del cineasta-attore impegnato ad impersonare il cowboy del titolo alla guida del Wild West Show, uno spettacolo itinerante con personaggi stralunati per i quali la scalcinata scena sotto il tendone ambulante rappresenta una fuga da quella realtà che troppo spesso li ha imprigionati. Sono un gruppo di perdenti, alcuni reduci dal carcere o disertori, che trovano un riscatto alla loro povertà, in un racconto poetico e divertente dove la vita circense non garantisce il puntuale salario a tutti ma permette la condivisione di esperienze e una vivida solidarietà tra il West e l’East, tra New York e l’Idaho.

La scena accoglie le scaramucce sentimentali di Bronco Billy sul cui cammino si presenta l’ereditiera Antoinette Lilly (Sondra Locke) abbandonata dal marito John Arlington (Goeffrey Lewis). Anche per la nevrotica Antoinette il Wilde West Show diventa il luogo di un riscatto: dopo i primi battibecchi tra lei e Bronco Billy, gli atteggiamenti cambieranno, scatterà la passione e i personaggi vivranno un’evoluzione in quel viaggio di evasione che è per tutti lo show. Il macho e la sua idea di amore ne escono provati in Bronco Billy, un titolo che Eastwood sa dirigere con tempi precisi contenendo le esuberanze di interpreti in grado di restituire note di esasperazione ai loro personaggi (Locke e Lewis) e nei cui confronti Clint Eastwood è il solitario uomo di frontiera capitolato nel tocco malinconicamente nostalgico di una screwball comedy attraversata da una ventatura umoristica. In questo rifugio per outsider, anche l’insofferente Antoinette dovrà ammettere di aver trovato uno spazio prezioso, un suo riparo dal mondo, contribuendo al tono leggero e scanzonato del racconto che compone un’Ode all’America genuina dove i componenti dello show possono vivere magari in condizioni di povertà ma scegliendo chi vogliono essere.

Proprio il clima umano che si respira sotto un tendone testimone con le sue stelle e strisce di pagine di vita imprevedibile e disarmante interessa i toni della commedia eastwoodiana, che nuovamente toglie dal piedistallo l’icona del macho e reca una coloritura simbolicamente divertita al percorso cinematografico dell’attore-cineasta impegnato a sviluppare una poetica in grado di svilupparsi con continuità film dopo film. Come il precedente Filo da torcere, dove Eastwood non era anche il regista, la commedia rilancia i toni di una poetica aperta alla rilettura del ruolo del personaggio, anti-eroe che può essere coraggioso nei momenti meno prevedibili mentre il suo atteggiamento rivela una sensibilità spiccata nonostante la ruvidezza. Eastwood riprende i generi e li attraversa seguendo influenze e attitudini che si affinano nella trasparenza via via sempre più avveduta di un cinema aperto alla contaminazione. Il suo macho deve vedersela con la sua idea di amore, messa alla prova da un personaggio femminile che, qui ancora interpretato da Sondra Locke anche compagna nella vita di Eastwood, non è certo la puledra da domare come pretenderebbe un anacronistico cliché ma invece la donna nevrotica in fuga dall’insensibilità maschile, contro-altare del personaggio di Bronco Billy il quale si rivela portatore di una prospettiva tutt’altro che monolitica. In questo ritorno alla natura e a una nota poetica, Eastwood prende posizione e libera pagine di disincanto e coinvolgimento, arrivando alla commedia dopo duelli e incursioni nel poliziesco.

Come già L’uomo nel mirino era un poliziesco decisamente “esplosivo” nel procedere sopra le righe di una fuga a due, questa volta il più poetico e lieve Bronco Billy lascia evolvere i personaggi in un itinerario che non risparmia sequenze di grande efficacia come quella del tentato stupro o momenti dello show che da soli valgono il prezzo del biglietto (e c’è sempre un’umanità che, lungo il tragitto tra le Americhe, ha bisogno di un paio d’ore di evasione ammirando le prodezze di individui che portano in scena una vita non imbrigliata nel grigiore dell’ordinarietà), nonché una pagina memorabile in cui Bronco sventa il possibile duello rusticano con lo sceriffo.
Bronco Billy continua ad elaborare la demitizzazione del cow boy duro accompagnando il volto di Clint Eastwood in un’ode al Mito del Far West che pur arrivando a rammentare i momenti clou del cinema che fa a cazzotti, si impegna a non prendere la pistola, a mettere da parte gli inni alla violenza dando espressione a una meditazione che appare coerente con tutto il cinema a cui Eastwood sta dando corpo, dove la demitizzazione dell’eroe è un aspetto non marginale che situa il film al centro di una rivisitazione propria del nuovo cinema americano e dei suoi autori (L’ultimo buscadero, 1972, Sam Peckinpah, Il cavaliere elettrico, 1979, Sidney Pollack). Bronco Billy, nel suo piglio bonario e romantico, è una commedia che riassume al meglio lo spirito di Eastwood che vi conduce la sua idea di amore (per i personaggi, per il cinema, per il proprio lavoro) in sintonia ancora una volta con Sondra Locke con la quale l’alchimia è sotto gli occhi di tutti. Con l’intensità di una visione coerente e ben orchestrata, il settimo film diretto da Clint Eastwood sbandiera la sua orgogliosa indipendenza e lo spirito di uno spettacolo i cui guizzi balenano tra le impervie convivenze del Wild Wild Show, circo-Western in bilico ma resistente come il Mito di cui Eastwood tesse il suo affettuoso inno.







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