Nel 1995, la scelta di Robin Williams di interpretare la parte del protagonista in Jumanji, un altro grande successo al botteghino e un ingaggio da quindici milioni di dollari per l’attore dopo il trionfo di Mrs Doubtfire, si sintonizza con il desiderio di frequentare, trasformandolo, un cinema “per famiglie” dove la famiglia è mutante, imbrigliata tra dimensioni di tempo che si confondono in strati che il gioco arcano ritrovato dal bambino protagonista libera con vera adrenalina, nell’universo filmico portato sullo schermo da Joe Johnston pronto a chiamare a rapporto per il suo progetto il Peter Pan di Hollywood. Jumanji, che vent’anni dopo diverrà fonte per altri due successi ispirati al capostipite (Jumanji – Benvenuti nella giungla (2017) e Jumanji: The Next Level – 2019-), introduce Williams in un territorio spaventoso e rocambolesco ma divertente come una giostra, nel raccontare l’emarginazione dei vivi soggiogati dalle presenze animali.

Tratto dal libro illustrato di Chris Van Allsburg e con un budget di 65 milioni di dollari, il film di Joe Johnston sforna le meraviglie tecnologiche della Industrial Light e Magic (prossima a lanciare nel 1996 l’estetica di Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma), e ammorbidisce i toni tetri con un’avventura che propone sagome sapientemente irreali a fianco degli animali perfettamente realistici, in ciò innovando rispetto all’iperrealismo di Jurassic Park, perché ogni animale del film ha qualcosa che nella realtà non possiede, come l’aspetto demoniaco nel leone o la foga compulsiva nelle scimmie. La convivenza di toni molteplici e inusuali è quanto Williams conosce molto bene sin dall’esperienza di stand-up comedian ed avendo interpretato ruoli comici e drammatici; in Joe Johnston, Williams trova lo sprone per saltare in diversi registri, con un personaggio, Alan Parrish, tipico adolescente imbronciato (e bullizzato dai coetanei) figlio di un industriale calzaturiero e di un Sessantotto che esplode in contrasto con l’upper class a cui i genitori paiono legati.

Ma il ritrovamento di un misterioso gioco da tavolo che Alan porta a casa, cambia lo scenario della sua esistenza nel momento in cui le pedine, come animate di vita propria, mutano in realtà tutto ciò che ogni casella evoca donando sembianze reali ai recessi più remoti della fantasia, liberando nella realtà spaventosi felini, enormi ragni e risucchiando Alan nell’abisso del gioco fino a quando, ventisei anni dopo, a seguito del ritrovamento della tavola da gioco da parte degli incauti fratelli Judy (una giovanissima e già talentosa Kirsten Dunst) e Peter (Bradley Pierce), viene infine “recuperato” nelle fattezze di un “primordiale” Robin Williams che si trova così costretto a terminare la partita che fu causa dei suoi mali.

Ma il futuro non è un fatto di solitudine per Alan e assieme ai ragazzini che con lui condivideranno l’inquietudine e l’avventura, Williams si muove e corre in un pastiche di generi adrenalinico, dove, a ben guardare, l’attore si mostra in alcuni momenti anche estremamente serio, con una luce oscura nel volto che è il lato inquietante di una scacchiera di momenti buffi (come quando cerca di comunicare con le scimmie), eroici (come quando difende Sarah dal caimano gigantesco), o istintivamente devoti all’infantilismo dell’eterno Peter Pan. Questa balugine oscura, più presente in altri ritratti portati al cinema da Williams, si sposa con i momenti da brivido di Jumanji, che pure non è spaventoso ma divertente nella reiterata corsa, e l’elemento più interessante risulta lo spirito di squadra, con Williams quale motore di un gioco, programmaticamente rivolto al pubblico, in grado di suggerire coinvolgimento per le sorti dei personaggi piuttosto che angoscia per il loro futuro. Robin Williams e Bonnie Hunt, che nel film interpreta la coetanea Sarah Whittle, sono i migliori alleati dei bambini perché sono adulti cresciuti solo in parte: bloccati nella loro infanzia a causa un gioco che si è impossessato del loro destino (lui prigioniero del limbo spazio-temporale del gioco, lei segnata da un trauma che l’ha messa al margine), colgono grazie al gioco rinvenuto la possibilità di affrontare il futuro con qualcuno a fianco in grado di condividere le loro paure.

Williams in fondo è ancora una volta un mentore, laddove ne L’attimo fuggente invitava gli studenti ad ascoltare il “magico wap”, mentre questa volta nel personaggio di Alan che sente il battito dei tamburi cerca di intercettare anche il battito cardiaco del pubblico, quando soltanto chi ha vissuto il disagio a cuore aperto può sentire il richiamo mistico del gioco. Come in Hook, solo chi ha conservato l’incantevole ebbrezza dell’infanzia e la malinconica disposizione all’ascolto propria dell’adolescenza può ritrovare il fanciullo che è in sé. Gli adulti di Jumanji, a cominciare da zia Nora, non sentono il richiamo del gioco. “I grandi sono tutti pirati”, sosteneva Rufio in Hook, e Capitano Uncino/Dustin Hoffman era l’esaltazione dell’adulto che si ergeva a modello ingannatore. In questa passione sfrenata per il gioco che Jumanji rinverdisce, Williams, che anche nella vita privata fu cultore di video-giochi, porta in scena il ruolo a lui congeniale dell’adulto che non ha avuto una vera infanzia ed è stato costretto molto presto a vivere in una dimensione inadeguata (l’incontro con l’universo alienante della fabbrica del padre e il contrasto con i bulli del villaggio); ma si avverte nel film di Johnston anche il bisogno di essere genitore (come in Mrs Doubtfire) e al contempo di averne uno vero, possibilità concessa ad Alan attraverso la riscrittura emotiva e il viaggio nel tempo offerti dal gioco e dallo spirito di squadra. Jumanji è così, nella sua dimensione scopertamente allegorica, l’invito a rilanciare i dadi e a mettersi alla prova affrontando il futuro assieme alle persone che si vorrebbe realmente avere al proprio fianco.
Regista: Joe Johnston
Attori: Robin Williams, Jonathan Hyde, Kirsten Dunst, Bradley Pierce, Bonnie Hunt, Bebe Neurwirth, David Alan Grier, Brandon Obray, Adam Hann-Bird, James Handy, Gillian Barber, Patricia Clarkson, Laura Bundy, Leonard Zola
Genere: Avventura, Fantasy
Anno: 1995
Paese: USA
Durata: 101 min
Distribuzione: Columbia – Columbia Tristar Home Video






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