
Disponibile su RaiPlay La via del petrolio, un film documentario diretto da Bernardo Bertolucci. Diviso in tre parti (Le origini; Il viaggio; Attraverso l’Europa), il film fu realizzato tra il 1965 e il 1966 e trasmesso in televisione nel Gennaio-Febbraio 1967. Il film è stato restaurato nel 2007 e proiettato al Festival di Venezia per celebrare la consegna del “Leone d’Oro del 75mo” al regista Bernardo Bertolucci.
Trama
L’opera segue il “viaggio” del petrolio, dalla fase di ricerca ed estrazione sui monti Zagros in Iran, al trasporto via nave attraverso il Canale di Suez e il Mediterraneo, all’arrivo a Genova nell’oleodotto che lo conduce alla raffineria di Ingolstadt, in Baviera.

Dopo due anni di disoccupazione forzata, Bernardo Bertolucci accetta di realizzare un documentario industriale su commissione dell’Eni, trasmesso poi dalla Rai. Partito alla scoperta del petrolio, scoprirà, così come Enrico Mattei, il Terzo Mondo. Tra le righe dei tre episodi de La via del petrolio si esprime anzitutto la voglia di vivere la realtà contemporanea a 24 immagini per secondo.
I — Le origini è girato in Persia (oggi Iran) e documenta l’estrazione dell’oro nero in varie regioni del paese, attraverso anche testimonianze dirette di lavoratori italiani espatriati. Assai suggestivo è il momento in cui un tecnico evoca l’installazione di una “teleferica” a quota 3300 metri, come pure la scena in cui viene sparato di notte un razzo d’allarme, che tornerà a ispirare il regista per l’inizio de La tragedia di un uomo ridicolo.
II — Il viaggio segue il trasporto del petrolio a bordo di una nave, dal Golfo Persico fino al porto di Genova, passando per il Canale di Suez. Il caso vuole che questo viaggio sia anche l’ultima missione del capitano — Blasetti —, giunto ormai all’età della pensione. Un dato imprevisto che orienta la malinconia legata all’irripetibilità di ogni ordine del moderno Ulisse durante il viaggio verso la sua Itaca.
III — Attraverso l’Europa è senz’altro la parte del trittico in cui la finzione appare maggiormente, grazie alla presenza di un pittoresco giornalista argentino (il poeta Mario Trejo), il quale si è dato per compito quello di seguire il viaggio del prezioso liquido, per pipeline, da Genova fino alle raffinerie di Baviera. Riuscitissimo l’episodio alla Dürrenmatt dove Mario si ritrova in un paese di montagna bloccato dalla neve, la cui atmosfera rarefatta prefigura, mutatis mutandis, l’arrivo di Athos a Tara, in Strategia del ragno.

(Adriano Aprà, Cinema in tv: La via del petrolio, Cinema e Film, n. 1, inverno 1966-67).
La visione cinepoetica della realtà che ha Bertolucci è quella — frammentaria e irrazionale — di Prima della rivoluzione, movimentata da un sovrapporsi e mutuo riflettersi di presenza e memoria, maturità e infanzia, oggi e ieri, cronaca e storia, documento e arte. I lavoratori italiani parlano – vengono fatti parlare — della terra lontana, della famiglia lasciata a casa, di Parma. I bambini affamati — i bambini persiani ai quali teneramente e infantilmente è dedicato il film —, così come i facchini del bazar di Teheran, testimoniano di un’arretratezza sociale ed economica che l’oro nero non smentisce.
Il wild cat che chiude il primo episodio — décor di un prossimo film di Hawks? — è, anche, un’immagine di Alphaville e una pagina di Moby Dick. La petroliera porta con sé l’eco di Jules Verne e di Conrad, delle avventure lette da bambini o viste al cinema da ragazzi. La vecchia Europa, infine, che accoglie lo sguardo innocuo di un giornalista disincantato, svela docilmente le sue contraddizioni, le sovrapposizioni culturali che conciliano Manzoni e Mizoguchi, Ejzenstejn e Welles, Bach e Miles Davis (ricordi che di volta in volta le immagini e i suoni del film richiamano) e che esaltano d’amore confessato il nostro giovane cameraman, vero “uomo-camera” che ripercorre con la pellicola la mitica avventura dei suoi nonni e dei suoi padri alla ricerca del presente, e di sé nel presente, con l’entusiasmo di chi ha nel sangue la follia del cinema e ha scoperto strada facendo — nell’oggettivazione della soggettività — la giustificazione di questa follia.






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